ma il Talmud parla di Jeshuu (Gesù)? prima parte: la persecuzione delle sinagoghe – 15

il libro di Johann Maier, Gesù Cristo e il cristianesimo nella tradizione giudaica antica, cerca di fare il punto della questione; è già del 1994; ignoro se studi successivi abbiano portato a nuovi risultati; la sua tesi peraltro è piuttosto originale e controcorrente, ma mi pare ben documentata, e figuratevi dunque se non mi ha convinto, sia pure in parte, come adesso mostrerò.

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Maier parte da alcune importanti premesse storiche che inquadrano l’argomento, anche se non è del tutto convincente nella ricostruzione degli avvenimenti:

ad esempio, anche lui ritiene storica la figura di Paolo e la ricostruzione delle origini cristiane come risulta dall’intreccio tra le Lettere attribuite a lui e i cosiddetti Atti degli Apostoli.

ma questo distorce completamente la storia dei primi settant’anni della formazione del cristianesimo, che inizia dal tragico fallimento dell’impresa del profeta egiziano nel 52 d.C. (nel quale credo che vada riconosciuta la figura storica del fondatore del cristianesimo) fino all’emergere della nuova religione.

questa diventa via via più distinta dall’ebraismo, dai tempi di Nerone, fino a quelli di Traiano e alla separazione definitiva delle due fedi, da collocare tra le rivolte ebraiche della diaspora che sconvolsero varie regioni dell’impero romano tra il 115 e il 117 d.C. (Egitto, Cirenaica e il resto dell’Africa settentrionale, e Siria e Cipro) e la grande rivolta di Bar Kosiba, o Kochba, che durò tre anni in Palestina, dal 132 al 135 d.C. e segnò la separazione definitiva dei cristiani dal mondo ebraico, dato che questi non vi aderirono.

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aldilà di questa mia critica, Maier osserva però che fu sempre molto maggiore l’interesse che i cristiani ebbero per il mondo ebraico, dato che trovavano in esso le loro radici, che quello che gli ebrei potessero avere per il mondo cristiano, che appariva del resto a loro un fenomeno minore e marginale, almeno fino a che non arrivò ad affermarsi come corrente religiosa dominante nell’impero e poi addirittura come religione dello stato.

a questa sostanziale indifferenza ebraica per il cristianesimo contribuiva, secondo Maier, un divieto, anzi un vero e proprio tabù religioso, per gli ebrei ortodossi anche soltanto di nominare i culti stranieri, per evitare anche solo l’impressione che si volesse omaggiarli.

ed il solco veniva accentuato dal fatto che il nuovo ebraismo della diaspora, che si raccoglieva attorno alle scuole rabbiniche tradizionali, aveva assunto l’ebraico e l’aramaico come lingue della loro religione, mentre il cristianesimo faceva riferimento al greco e al latino, tanto che anche la bibbia ebraica veniva letta in tali traduzioni.

quando si cominciarono a raccogliere i commenti dei rabbini alla bibbia a partire dal secondo secolo, in quel processo secolare di formazione del Talmud, accanto alla definizione del canone biblico ebraico, e questa formalizzazione degli insegnamenti tradizionali si concluse nel quinto secolo in Palestina (allora parte dell’impero romano) e nel sesto a Babilonia (allora sotto il regno dei Parti), l’attenzione per la figura storica di Jeshuu dunque era minimo.

questo spiega perché, secondo Maier, i riferimenti ad essa nel Talmud sono scarsi e prevalentemente non antichi, secondo lui.

in conclusione Maier critica l’idea ottocentesca di riuscire a definire meglio la figura storica di Jeshuu grazie alla tradizione ebraica e considera poco fondati i tentativi di ottenere dal Talmud delle informazioni alternative sulla vicenda terrena del rabbi che i cristiani, da un certo momento, ritennero di dover definire figlio di dio.

lui appariva per ciò stesso agli ebrei ortodossi da un lato come uno dei tanti messia che erano apparsi via via alla ribalta della storia ebraica, dall’altro come una semplice variante interna del paganesimo, dove soltanto potevano essere concepibili affermazioni simili, alla luce della loro mitologia.

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posso dire, dal mio punto di vista, che considero abbastanza fondata questa analisi delle premesse storiche della formazione del Talmud; e tuttavia non esaustiva, dato che certamente abbiamo altre fonti antiche che ci danno qualche precisa informazione del fatto che esisteva comunque una qualche tradizione ebraica su Jeshuu, anche se non confluita nel Talmud, e rimasta probabilmente a livello puramente orale.

lo dimostra l’immagine di Jeshuu che risulta dal Discorso di verità, scritto dal filosofo pagano Celso, forse platonico, forse epicureo, probabilmente fra il 177 e il 179 d.C., in coincidenza con l’editto di Marco Aurelio del 177, che inaugurò le persecuzioni sistematiche contro i cristiani: Gesù nato da un adulterio con un soldato romano, educato da maghi in Egitto, vissuto in povertà e morto in modo miserabile.

nella prima parte dell’opera (che possediamo solo per i frammenti citati da Tertulliano nel secolo successivo in una sua risposta polemica) viene proprio messo in scena un ebreo, che è il portavoce delle critiche tipiche degli ambienti ebraici.

lui nega in particolare che il Gesù cristiano sia l’adempimento delle profezie ebraiche sul messia:

Di esser nato da una vergine, te lo sei inventato tu. Tu sei nato in un villaggio della Giudea da una donna del posto, una povera filatrice a giornata. Questa fu scacciata dal marito, di professione carpentiere, per comprovato adulterio. Ripudiata dal marito e ridotta a un ignominioso vagabondaggio, clandestinamente ti partorì. A causa della tua povertà, hai lavorato come salariato in Egitto, dove sei diventato esperto in taluni poteri, di cui vanno fieri gli Egiziani. Poi sei tornato e, insuperbito per questi poteri, proprio grazie ad essi ti sei proclamato figlio di Dio. Hai legato a te dieci o undici uomini screditati, pubblicani e marinai dei più miserabili, e insieme a questi ti sei dato alla macchia, ora qui ora là, procacciandoti il cibo in modo vergognoso e fra mille difficoltà.

ben radicato nel pensiero ebraico è anche il rifiuto come una autentica sciocchezza dell’idea di una risurrezione che si sarebbe manifestata solo ad alcuni suoi adepti.

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d’altra parte anche Giustino, il filosofo cristiano condannato a morte pochi anni prima, tra il 163 e il 167 d.C., dal prefetto di Roma Giunio Rustico, sempre sotto Marco Aurelio, affronta il tema del confronto tra ebraismo e cristianesimo nel Dialogo con Trifone Giudeo, due giorni di confronto pacato ed amichevole ad Efeso fra lui e l’ebreo Trifone, nel quale sembra adombrata la figura di un rabbino effettivamente vissuto, il rabbi Tarfon.

Giustino cerca soprattutto di dimostrare al suo interlocutore ebreo che il cristianesimo, correttamente inteso, non mette in discussione il monoteismo.

e viene dunque in mente quel che affermava pochi anni dopo Celso nell’opera appena citata: che un monoteismo correttamente inteso non sarebbe incompatibile con l’adorazione di una pluralità di dèi, se i cristiani si sottomettessero però alle autorità filosofiche e politiche dell’Impero, integrandosi e rinunciando a porre la loro fede al di sopra dell’autorità e a organizzare ogni aspetto della loro vita in funzione dei comandamenti della divinità in cui credono, nel rifiuto della legge civile.

ma, secondo quanto scrive Giustino in questa stessa opera, già prima della grande rivolta anti-romana del 66-70 d.C. da Gerusalemme erano stati inviati messi nella diaspora per avvisare che era sorta una setta atea di cristiani (17) oppure un’empia setta senza legge ad opera di un tal Gesù che noi abbiamo crocifisso (108), ma poi i discepoli avevano sottratto di notte il cadavere e avevano ingannato la gente sostenendo che era risorto dai morti.

si tratta però probabilmente di una dislocazione indietro nel tempo di azioni che potevano essere state compiute effettivamente al tempo della rivolta di Bar Kobcha, nel 132-135.

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insomma, tutto questo dimostra che, almeno all’inizio della seconda metà del secondo secolo vi fu una certa attenzione reciproca fra cristiani ed ebrei, pur se vogliamo dirla prevalente sul versante cristiano, e non mi pare che Maier dedichi a questo tutta l’attenzione che merita.

quindi è smentita la sua affermazione che in questa situazione era di regola impossibile che cristiani e giudei potessero venire a sapere gli uni dagli altri qualcosa di più preciso sull’altra religione e non è verosimile che lo scambio delle informazioni si fondava sui fenomeni esteriori (la prassi religiosa visibile) oppure su quelle che si scambiavano fra loro i diversi membri della servitù e che arrivavano anche all’amministrazione della casa.

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secondo Maier, comunque, notizie polemiche su Gesù entrarono effettivamente a far parte del Talmud, ma solo in epoca relativamente tarda, e già a Medioevo iniziato; del resto non abbiamo manoscritti del Talmud precedenti a tale epoca.

lo stato dei testi dimostra, secondo lui, che si trattava di inserimenti eterogenei e di diversa fonte, che si cercò successivamente di armonizzare, ma con la complicazione ulteriore che il rischio di persecuzioni cristiane per tali affermazioni, considerate blasfeme, portava anche a censure e ad occultamenti.

considerare questi passi comunque sopravvissuti al di fuori di questa storia, porta, comunque, secondo Maier a gravi fraintendimenti, che hanno caratterizzato gran parte degli studi che ne vennero fatti a partire dall’Ottocento.

e su questo non si può che consentire.

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ma gli ebrei conoscevano almeno i testi cristiani delle origini scritti in lingua ebraica o aramaica, i cosiddetti vangeli giudeocristiani?

nel Talmud stesso, quando si nominano testi estranei alla tradizione rabbinica, li si nomina soltanto per ricordare che non vanno salvati, se scoppia un incendio in giorno di sabato, o, peggio, per dire addirittura che vanno bruciati: a conferma, secondo Maier, di una radicale separazione delle due tradizioni.

i giudeocristiani erano iscritti tra gli apostati, piuttosto che tra i minim, cioè gli infedeli; non vi sono disposizioni specifiche di esclusione nei loro riguardi, mentre ve ne sono verso i samaritani.

ma Giustino, citato sopra, nel Dialogo con Trifone 47,4 afferma che nelle sinagoghe era prevista nella liturgia una regolare maledizione dei cristiani e altrove dice più volte che i giudei condannano o maledicono i cristiani; e in effetti la dodicesima delle diciotto benedizioni rituali – in questo caso la definzione è eufemistica – prevedeva la maledizione dei minim o miscredenti: soltanto di loro?

in un frammento del Talmud palestinese ritrovato al Cairo, accanto a questi, figurano anche i nosrim:

Per gli apostati non ci deve essere nessuna speranza […] e i nosrim e minim devono perire in un batter d’occhio, siano cancellati dal libro della vita e non vi vengano iscritti assieme ai giusti. Benedetto sia tu, Signore, che schiacci gli usurpatori.

da questa dodicesima benedizione vennero in seguito ricavati i testi analoghi di alcune preghiere da recitare durante la giornata.

i nosrim sono da identificare con i nazareni, che secondo Gerolamo, oppure con i nazirei, che secondo Epifanio, venivano maledetti nelle sinagoghe tre volte al giorno.

ma qui non posso che dare ragione a Maier, il quale ritiene che molto probabilmente questa usanza era riferita ancora alla setta ebraica dissidente omonima degli esseni.

Maier però trascura che ad essa anche Jeshuu aveva fatto riferimento, ma che questa setta, considerata apostata dagli ortodossi, non poteva ancora essere identificata col cristianesimo vero e proprio.

proprio questo fa ritenere, secondo me, che questa usanza potesse essere molto antica e per niente introdotta in epoca tarda, come lui ipotizza.

solo più tardi gli scrittori cristiani dei secoli successivi identificarono questa setta prettamente ebraica col cristianesimo come religione distinta.

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in un’altra sua opera, l’Apologia, Giustino ricorda che sotto Bar Kochba, durante la sua rivolta, i cristiani furono perseguitati dagli ebrei e costretti con la volenza a bestemmiare Gesù ed alcuni addirittura condannati a morte.

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non credo che sia un caso se cose simili vengono raccontate, con una tipica dislocazione storica, negli Atti degli Apostoli, 26, 11, che ritengo composti appunto in quel periodo, sotto forma di confessione di Paolo del suo passato di persecutore dei primi cristiani:

11 In tutte le sinagoghe cercavo spesso di costringerli con le torture a bestemmiare e, nel colmo del mio furore contro di loro, davo loro la caccia perfino nelle città straniere.

e nello stesso clima si collocano alcune affermazione delle Lettere attribuite a Paolo:

Nessuno che parli sotto l’azione dello Spirito di Dio può dire: «Gesù è anàtema! 1 Corinti, 12, 3.

1 O stolti Gàlati, chi vi ha incantati? […] 2 Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? […] 4 Avete tanto sofferto invano? Se almeno fosse invano! […] 7 Riconoscete dunque che figli di Abramo sono quelli che vengono dalla fede. […] 10 Quelli invece che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione. […] 12 Ma la Legge non si basa sulla fede. […] 13 Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge. Galati 3.

è nel contesto delle persecuzioni subite dai cristiani ad opera degli ebrei in Palestina a cui si riferisce Giustino, che trovano pienamente il loro senso queste affermazioni attribuite ad un Paolo che viene descritto come vissuto un secolo prima!

ma il tema delle persecuzioni subite dai cristiani ad opera degli ebrei è ricorrente anche negli Atti degli Apostoli (8, 1-3; 13, 50; 26, 9) e queste sono attribuite al periodo immediatamente seguente alla vicenda di Jeshuu.

ma, mentre Giuseppe Flavio, storico di quel tempo, non ci riferisce mai niente di simile, è invece proprio Giustino, come fonte storica, che attribuisce vicende simili agli anni 132-135.

e alla stessa maniera nel Vangelo secondo Luca: 21, 12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe.

e anche Tertulliano parla delle sinagoghe come fontes persecutionum.

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insomma, credo di avere trovato ancora qualche ulteriore indizio sulla effettiva attribuzione di tutti questi testi (Lettere di Paolo, Atti degli Apostoli, Vangelo secondo Luca) al periodo successivo al 135 d.C., conclusa l’ultima grande rivolta antiromana degli ebrei, assieme all’insistenza nelle prime sul tema della circoncisione, vietata in quello stesso periodo da un editto imperiale e tema cruciale per la definitiva separazione del cristianesimo dall’ebraismo.

ma è anche vero che l’attenzione più antica per la setta considerata eretica dei nosrim viene meno, una volta che il cristianesimo, oramai pienamente definitosi come religione alternativa, scompare dall’orizzonte mentale degli ebrei, per i quali comincia allora appunto il processo parallelo e ben distinto che porta alla formazione del Talmud e alla formazione dell’ebraismo vero e proprio, come lo conosciamo oggi, e finisce ai loro occhi nel grande e vago calderone delle religioni semplicemente da rifiutare.

in questo senso (ma soltanto in questo senso) Maier ha ragione di dire che la presenza del cristianesimo diventa poco significativa nella fase antica della formazione del Talmud; ma questo non significa che i rapporti tra i due mondi del cristianesimo e dell’ebraismo nascenti non fossero più significativi nella fase precedente.

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