non si può stare sempre chiusi nella fattoria – cronache dalla fattoria. 34 – 276

non si può stare sempre chiusi nella fattoria: sabato pomeriggio sono andato a Gavardo, bassa Val Sabbia, ad un incontro molto mondano nella bella casa dell’editore del mio libro uscito un paio di mesi fa, che ne presentava un altro, pubblicato da lui e dedicato al samba brasiliano.

il samba e non la samba: l’ho imparato proprio in questa occasione.

c’erano anche l’autore, ovviamente, un brasiliano immigrato da anni in Italia, e una cantante, poi si è aggiunto un tamburellista (si può dire così??).

mi è piaciuta soprattutto una canzone che non conoscevo:

a metà esecuzione c’era anche un rinfresco, ma non ho voluto approfittarne, non solo perché non volevo comperare il libro, che non mi interessa molto, nonostante tutto.

poi, sul ritorno, mi sono regalato un ricco e proibitissimo gelato ai Tormini, il bivio da cui si discende dalla strada della Val Sabbia verso Salò e l’alto Garda bresciano; quindi, visto che ero quasi sulla strada, ho fatto la piccola deviazione per Salò – sono soltanto sei chilometri – a farmi una passeggiata sul lungolago.

lo scopo principale di queste sortite è di lustrarmi un poco gli occhi facendo indigestione della visione di molti esseri umani assieme, alla quale mi sto decisamente disabituando nella mia vita semi-eremitica; aggiungete che la gente che fa altrettanto su questa strada pedonale dalla bellezza straordinaria è piuttosto varia ed interculturale, tra turisti stranieri – ma mancano i russi quest’anno, ovviamente – ed immigrati.

nella sera che calava c’era anche una mezzaluna strepitosa che stava a fare la primadonna in uno scenario da cartolina, sul lato sud del golfo, e anche se il mezzo montanaro che sono diventato avvertiva comunque un poco d’afa leggermente appiccicaticcia, l’aria era insolitamente fresca.

mi recitavo mentalmente D’Annunzio: Fresche le mie parole nella sera…; ma lui stava a Fiesole a inventare questi versi, o almeno così dice, ed era a inizio Novecento; non era ancora arrivato al Vittoriale di Gardone, a pochi chilometri da qui.

ma per il resto il paesaggio vegetale non era poi molto diverso: gli ulivi, i prati appena falciati, i pini marittimi, e perfino la luna immersa in una leggera foschia; solo appena un poco diverso il momento dell’anno: D’Annunzio parla di commiato lacrimoso della primavera e addirittura di notturno gelo.

quindi era circa a inizio di giugno e non di luglio, altrimenti lì, vicino a Firenze, di afa poteva essercene certamente di più, se fosse stata la stessa stagione; ma poi il riscaldamento globale che stiamo vivendo non si era ancora pienamente manifestato…

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finite le divagazioni poetiche, me ne stavo seduto a guardare nel cellulare, dopo avere telefonato a mia figlia, la terza, che ha il suo ragazzo col covid (ma lei no), e mi sento chiamare: Bortoletto!

sono le famose coincidenze che ci fanno tanto effetto…

era la mia ex-moglie, che mi apostrofava così (tipico!), anche lei a passeggio, col suo nuovo marito, sposato da poco; andavano a un concerto di musica classica in piazza del duomo (lui è un critico musicale); io non ne avrei avuto affatto voglia, oltretutto faceva un poco caldino, nonostante tutto, secondo i miei parametri di mezza montagna.

lei non la vedevo di persona forse da un anno: molto invecchiata, nei suoi 76 anni: è proprio segnata, oramai; ed ho pensato che anche io probabilmente faccio un’impressione simile, soltanto che non lo so.

lui, per la prima volta in quarant’anni che mi conosce e si frequentano, mi ha trattato in modo non ostile; il matrimonio deve avergli fatto bene, come lo ha fatto a me, segnando uno stacco netto dal passato, e dovrebbe avergli tolto la paura che lei lo molli di nuovo, come già avvenuto almeno un paio di volte: così abbiamo chiacchierato un po’, senza che lui mi mettesse il muso.

nessuno dica più che sono tignoso: io proprio i risentimenti non riesco a trattenerli a lungo, mi sfuggono via come fossero sospiri o peggio; non parliamo della gelosia, almeno di quella cosciente, che non so proprio che cosa sia.

. . .

di che cosa abbiamo parlato, per un po’ davanti alla panchina e poi nella strada verso il duomo, a cui li ho accompagnati? ovviamente soprattutto di figli (fa sempre piacere criticarli alle loro spalle, madre e padre stranamente concordi, adesso) e di nipoti. attualmente questi di regola passano direttamente da casa mia, quando se ne vanno a fine weekend, alla casa che da decenni la mia ex affitta sul lungolago qui, ci restano un paio di giorni e poi salgono da me con i genitori, che ame il babysitter non si fidano di farlo fare sulla lunga distanza.

quindi dovevamo parlare di Ettore che, lasciato solo un momento dalla nonna, è riuscito a scivolare nel lago, fortunatamente in un punto dove era poco profondo, facendosi solo male ad un piede, e io dovevo raccontare quello che ha fatto al mio povero boomerang, commentando che oramai è un pre-adolescente ed è entrato ufficialmente nell’età degli incidenti fisici e delle altre cavolate.

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la vista della folla assiepata nella piazzetta per il concerto di violino e della coda tanto numerosa per i biglietti mi ha dato un attacco di panico da covid e ho subito salutato per andarmene, ma nel girarmi, ecco ce mi trova davanti Flavio, un amico che non vedevo da quasi cinquant’anni e che tempo fa perse la figlia quindicenne, travolta da un autobus all’uscita da scuola; non era molto cambiato, lui, sempre con quella sua aria lievemente svagata, ma del resto era sempre stato uno degli indiscutibilmente bellocci del movimento studentesco, ahha, e credo che quell’espressione tipica che ancora gli è rimasta addosso sia quella dell’umo che non ha ancora smesso di meravigliarsi per essere nato così bello.

ma qui, tornando verso il parcheggio ho ritrovato aperto il rigattiere storico di fine lungolago: colpo di fortuna, perché sta cessando l’attività e nelle ultime sortite mie salodiane era già chiuso; da lui due mesi fa volevo comperare un vecchio samovar russo, ma me lo ero lasciato in sospeso, e poi il negozio, un capannone con doppia uscita, lungolago e strada, l’avevo trovato sempre chiuso, appunto.

è un aggeggione di ottone, un po’ ammaccato nel coperchio, con un’anima di refrattario, e un rubinetto da cui dovrebbe uscire il the bollente, sempre se riuscirò a farlo funzionare ancora; ha un’aria di fine Ottocento, ma più tolstoiana che alla Dostoevskij, quindi mi ci ritrovo.

così mi sono tolto lo sfizio, stavolta: ho capito che era l’ultima occasione, e con uno sconto di 10 euro sui 50 che mi chiedeva allora, probabilmente dovuto alla guerra in ucraina e alla diffusa russofobia: dove lo trova il rigattiere un altro che si porta qualcosa di russo in casa, di questi tempi? speriamo solo che funzioni.

. . .

ma, girando lì, mi sono venute altre voglie: una maschera africana del Togo, con la faccia dipinta di bianco, come usano da quelle parti per farsi belli, e poi una bellissima terracotta gigante indiana di Ganesh, il dio benefico dalla tesa di elefante; vedremo se lo ritrovo aperto, il negozio, anche il prossimo mese.

il venditore è uno che ha girato il mondo più di me; sul tema ci siamo scambiati qualche frase soltanto, purtroppo, e mi ha consolidato l’idea che prima di morire devo tornare in India per vedere Goa; però su Ganesh non ci azzecca proprio: mi dice che la terracotta vale una cifra e spara 250 euro, peccato solo che sia rotta, e mi mostra la zanna spezzata, ma deve avere il pezzo che manca da qualche parte e si può aggiustare.

manca poco che gli scoppi a ridere in faccia: sei stato in India nove volte, dici, due più di me, e non sai ancora che Ganesh ha una zanna spezzata perché se ne è rotta una per scrivere il Mahabarata, il poema epico non so quante volte più lungo di Iliade ed Odissea messe assieme? buono per lo sconto, comunque, ma più di 70 non voglio dargliene e giocherò, semmai, sulla seconda zanna che non si trova, ahha.

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ed eccomi tornare al parcheggio, piuttosto lontano dal centro, col samovar pesantissimo in un grosso sacchettone di plastica, e mi sono anche un po’ perso, finendo su una salita che non finiva più e non aveva uscite laterali, ma non volevo fare la brutta figura, davanti a me stesso, di rifarla a ritroso.

quindi mi sono goduto un po’ di panorama notturno del golfo di Salò, prima di ridiscendere a ritrovare la macchina, vicino ad un camper abusivamente parcheggiato da una coppia simpatica e trasgressiva, che se ne stava seduta nel buio sul predellino della porta a cenare e mi ha salutato molto cordialmente, avvertendo subito che eravamo spiriti fratelli, forse per via dei miei capelli che hanno bisogno del barbiere.

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ancora mezzora di strada in auto, scegliendo da Vobarno la via più interna e montuosa: salendo a vedere la valle dall’altro, c’era ancora qualche resto di luce nel cielo, e alle 11 sono arrivato a casa per la mia cena…

questa era fatta con i resti avanzati del pranzo preparato da Rocco e Mirjana, che erano tornati a Brescia nel pomeriggio, perché lui doveva suonare: c’era una insalatona gigante, con ogni tipo di verdure prese dal mio orto, buonissime, e neppure sono riuscito a finirla.

loro erano partiti con due cassette di ortaggi ed uova, una per loro, una per Sara (Francesco sta meglio dal covid, la febbre è finita: lei no, non lo ha preso; e non solo lei, ma neppure la madre e nessun altro della famiglia d’origine di questa parte si è fatto il covid: probabilmente hanno qualche protezione genetica…, a meno che non sia il vaccino cinese, che la protegge).

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e con questo, ecco finita la cronaca di questa provvisoria fuga dalla fattoria, dalle 18 alle 23; mi scuso di avere fatto perdere tempo ai vaghi lettori, con queste sciocchezze; questo post era in origine soltanto un commento e non si capisce bene perché l’ho scritto, a parte il piacere di raccontarsi, un poco senile.

poi magari prossimamente l’arte segreta delle coincidenze ci spiegherà perché.

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