gli anni dei primi prefetti romani della Giudea: Coponio, Ambivolo, Rufo, Grato: 6-26 d.C. – L’Annuncio del Nuovo Regno: Introduzione. 12 – 291

dopo la morte di Erode l’accuratezza delle informazioni che Giuseppe Flavio fornisce sugli avvenimenti del periodo diminuisce drasticamente, in particolare nella prima opera, La guerra giudaica; evidentemente gli vengono meno fonti autorevoli e precise, come presumibilmente erano state le opere sul regno di Erode, e probabilmente anche l’Autobiografia di Nicola di Damasco, suo amico e consigliere.

le informazioni ora sono generiche e sommarie, anche se si riferiscono al periodo che ha preceduto immediatamente la sua nascita, avvenuta, si pensa, verso il 37 d.C., e dunque dovevano essersi conservate almeno per tradizione familiare; ma questo fa pensare che Giuseppe Flavio privilegiasse di gran lunga le fonti scritte e non si affidasse neppure a ricordi della sua famiglia, che pure aveva un ruolo importante nella società ebraica, poiché apparteneva alla nobiltà sacerdotale, ed era addirittura imparentata con gli Asmonei, la dinastia regale che Erode aveva scalzato dal trono e poi anche ampiamente sterminato.

esemplare è il fatto che nella prima opera indica come procuratore della Giudea per questo periodo il solo Coponio, che in realtà lo fu dal 6 al 9 d.C. soltanto; solo nella seconda opera aggiunge i nomi di Ambivolo (9-12 d.C.), di Annio Rufo (12-15 d.C.) e di Valerio Grato (15-26 d.C.), evidentemente perché nel frattempo aveva potuto consultare gli archivi imperiali.

quest’ultimo fatto mi pare particolarmente importante per alcune considerazioni che farò in seguito; intanto prendiamo atto che neppure nell’aristocrazia ebraica si conservava una memoria distinta dei nomi dei procuratori che Roma aveva mandato a governare la Giudea, in parte perché restavano in carica per breve tempo, in parte perché spesso erano figure burocratiche che non si erano distinte per nulla di particolare: qui si ricorda in particolare Coponio per la sua capacità di stroncare la rivolta che segue il ritorno della Giudea all’amministrazione diretta romana.

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di tutto questo periodo, quindi, in ultima analisi, Giuseppe Flavio racconta soltanto la grande rivolta anti-romana guidata da Giuda il Galileo, e coglie l’occasione per riempire il suo vuoto di notizie su questi vent’anni di storia ebraica con una trattazione delle principali tendenze politiche, culturali e religiose della società ebraica di quel tempo e del successivo, quello in cui visse lui.

nella prima opera ne elenca tre (farisei, esseni e sadducei), pur dopo avere detto che Giuda il Galileo ne aveva fondata un’altra, quella degli zeloti; nella seconda opera si occupa anche di questi, sia pure per una feroce stroncatura.

trovo il silenzio di Giuseppe Flavio sugli zeloti nella Guerra Giudaica piuttosto sospetto: infatti prima li presenta dicendo di Giuda il Galileo: Questi era un dottore che fondò una sua setta particolare, e non aveva nulla in comune con gli altri, e poi continua: Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche, e non parla più della sua.

nelle Antichità Giudaiche, invece, la descrizione delle tre scuole filosofiche ebraiche tradizionali è preceduta dai riferimenti a quest’altra tendenza, che viene introdotta così: Giuda e Saddoc diedero inizio tra noi a una astrusa scuola di filosofia, e di seguito specifica che le altre tre filosofie fanno parte delle loro tradizioni (intende degli ebrei), mentre questa – sottintende – è nuova; e dunque troviamo una spiegazione di questa strana impostazione del suo discorso, che oscilla tra la definizione di tre scuole filosofiche ebraiche e quattro.

ma siccome la linea portante del discorso delle due opere di Giuseppe Flavio procede in parallelo, è possibile dubitare che anche nella prima ci potesse essere qualche annotazione iniziale in più sulla scuola filosofica degli zeloti, come la chiama lui, ma che questa suscitasse imbarazzo in epoca cristiana successiva e sia stata cancellata.

non ci sono prove certe a favore di questa ipotesi, ma soltanto qualche vago indizio: ad esempio, a maggior ragione Giuseppe Flavio doveva parlare degli zeloti anche nella Guerra Giudaica, perché qui afferma che questa non aveva nulla in comune con gli altri; invece nell’opera successiva corregge profondamente il tiro e sottolinea il legame degli zeloti con i farisei.

insomma il silenzio sugli zeloti di Giuseppe Flavio nella Guerra Giudaica è irragionevole; questo non basta ad affermare che è anche sospetto, ma non esclude la possibilità di dubitarne.

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ma qui occorre aggiungere un’osservazione ulteriore; proprio questa parte delle due opere di Giuseppe dimostra che la sua opera è tendenziosa.

sia chiaro che con questo non intendo affatto metterne in discussione il carattere storico, soprattutto in confronto con quello leggendario dei vangeli; ma ogni storico è guidato da una sua visione delle cose nella narrazione dei fatti e Giuseppe Flavio non fa eccezione, naturalmente.

la tendenziosità diventa manipolazione e falsificazione soltanto quando altera i fatti; ma fino a che si limita ad interpretarli e sottovalutarne alcuni, per evidenziarne altri, siamo nell’ambito della normale soggettività dello storico.

solo che la deformazione soggettiva dei fatti che compie Giuseppe Flavio è molto marcata.

eccoci dunque ad una triste conclusione sugli anni di cui stiamo parlando, che furono certamente quelli della formazione e della giovinezza di Jeshuu, ovunque questa sia avvenuta, più probabilmente in Egitto e in particolare nella moderna Assuan, dove esisteva una fiorente comunità ebraica.

di questi abbiamo soltanto due tipi di fonti di informazione:

uno storico ufficiale di corte, molto tendenzioso e sensibile alle esigenze di quella corte,

e le variegate invenzioni dei pii credenti cristiani, che hanno solo un rapporto molto vago con i fatti storici e uno molto più forte e determinante con i loro bisogni psicologici.

quindi pensare di poter arrivare a una qualche non dico certezza storica, ma anche semplice solida plausibilità, è veramente una scommessa avventata.

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ora dovrò concentrarmi su due aspetti evidenti della tendenziosità di Giuseppe Flavio, per dimostrarla, e in questo caso sono addirittura clamorosi.

il primo è la sua raffigurazione del movimento degli esseni.

se i Rotoli del Mar Morto non ci avessero restituito i documenti principali di quella comunità militante ed ascetica, che viveva in attesa del trionfo della Luce e dello sterminio dei malvagi, come la Regola della Guerra dei Figli della Luce contro i Figli delle Tenebre o la Regola della Comunità, o non ci avessero permesso di riconoscere come parte di questi testi fondativi anche il cosiddetto Documento di Damasco, già noto in precedenza, ma non collocato storicamente, potremmo credere davvero a quel che ci dice di loro il Flavio:

che fossero degli innocui meditativi in fuga dal mondo, che respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni, e non un gruppo fanatico istericamente proteso verso sogni mistici di vendetta e purificazione del mondo dal male, rappresentato in particolare dai romani.

ma Giuseppe Flavio qui vuole fare un uso spregiudicato degli esseni, che presenta in una luce positiva e non del tutto obiettiva, palesemente per contrapporli agli zeloti, che sono per lui la quintessenza di ogni male.

e in questo modo mette volutamente in ombra i punti di intersezione e contatto fra esseni e zeloti, che non esauriscono il loro rapporto problematico, ma indubbiamente esistono.

ma Giuseppe Flavio ha bisogno di un movimento pacifista da contrapporre polemicamente al carattere rivoluzionario di quello degli zeloti; ci sarà semmai da chiedersi, come mai ricorra a loro, con qualche forzatura, se esisteva ai tempi in cui scriveva (80-90 d.C.) già un movimento cristiano pienamente delineato, che si sarebbe prestato molto meglio.

(ma il Testimonium Flavianum, allora? lasciamo in sospeso il discorso, per ora; ci ritornerò.

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altrettanto evidente è che Giuseppe Flavio sta mistificando i fatti nel modo nel quale riferisce della rivolta antiromana del 6 d.C., guidata da Giuda il Galileo.

costui lo abbiamo già incontrato come la figura di maggiore spicco nel caos rivoluzionario che seguì la morte di Erode, dove è il protagonista più pericoloso di un tentativo di presa del potere: Guerra Giudaica, 2, 56, e siccome allora non era stato sconfitto, non dovrebbe meravigliarci affatto di ritrovarlo, circa un decennio dopo, a capo di un analogo movimento insurrezionale anti-romano.

l’atteggiamento che Giuseppe Flavio ha nei suoi riguardi corrisponde invece all’opera sottile di svalutazione del suo operato condotto nei capitoli precedenti: adesso, per lui, Giuda il Galileo è semplicemente il capo di una guerriglia di protesta contro il censimento romano, localizzata nella Gaulanitide, la regione immediatamente aldilà del Giordano, al confine con la Galilea, che corrisponde oggi pressapoco alle alture del Golan, siriane, ma occupate da Israele, e che allora nella spartizione del dominio di Erode, era stata assegnata, con altri territori contigui, al figlio di questi, Erode Filippo II (vedi cartina qui: il caos rivoluzionario nel mondo ebraico dopo Erode. 3 a.C. – 6 d.C. L’Annuncio del Nuovo Regno: Introduzione. 10 – 274).

ma qui si scopre appunto la tendenziosità di Giuseppe Flavio: questa regione non era sottoposta al dominio romano diretto, che riguardava la sola Giudea, in origine assegnata ad Archelao; e dunque non venne neppure toccata dal censimento.

lo dice lui stesso chiaramente: Quirino visitò la Giudea, allora annessa alla Siria, per compiere una valutazione delle proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di Archelao. 3 All’inizio i Giudei, sentendo parlare del censimento delle proprietà, lo accolsero come un oltraggio. Antichità Giudaiche, 18, 1, 1.

il censimento, infatti, altro non è che una ricognizione delle proprietà di Archelao, che erano ovviamente confinate nella sua tetrarchia.

questo, per inciso, colloca definitivamente nel mondo delle leggende senza costrutto le storie tarde sul censimento di tutta la Terra, che avrebbe costretto la famiglia di Gesù a recarsi nella città dei suoi antenati davidici, a Betlemme.

il cosiddetto censimento non riguardò la Galilea né poteva coinvolgere Nazaret, anche ammettendo che allora esistesse già un borgo di questo nome.

ma se il censimento riguardava la Giudea, come si spiega il ruolo che vi aveva Giuda il Galileo, che era suddito di uno stato diverso e di un sovrano differente?

come mai Giuda guida la rivolta contro un censimento che non lo coinvolge?

questo rende evidente che il suo movimento ha sempre avuto una dimensiona nazionale ebraica, anche se era più radicato nei territori del nord, Galilea e contigui, e Giuseppe Flavio, che è molto ostile ad esso, continua l’opera di svalutazione, questa volta dandone una versione localistica e riduttiva nelle motivazioni, per indurre i lettori a disprezzarlo.

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la vicenda terrena di Giuda il Galileo si conclude con la sua sconfitta ed uccisione ad opera di Coponio in questi mesi; divenne un martire, ma il suo movimento non si estinse affatto.

lo ritroveremo vivo ad opera di due suoi figli quasi quarant’anni dopo: quindi, da Ezechia, ucciso nel 47 a.C. da Erode, a Giuda, ucciso nel 6 d.C. da Coponio, appunto, e ai suoi due figli, Giacomo e Simone, crocifissi nel 45-48 d.C., fino a Menahem ucciso all’inizio della guerra giudaica a Gerusalemme, dopo essersi proclamato re, nel 66 d.C..

la lotta di questa famiglia attraversa dunque oltre un secolo di storia ebraica, è uno dei movimenti centrali di questa società; prima o poi qualcuno scriverà una storia degli zeloti che vada oltre Giuseppe Flavio, ma utilizzando proprio lui?

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ma devo chiudere questa parte della mia introduzione sottolineando una ultima coincidenza sospetta.

i vangeli ignorano completamente il movimento rivoluzionario al quale avrebbe dovuto assistere Jeshuu, se in quegli anni fosse vissuto in Palestina, e solo gli Atti degli Apostoli ne fanno qualche cenno, peraltro confusissimo, ma nella narrazione del Vangelo secondo Luca, a stare alla sua confusa cronologia, emerge una coincidenza sospetta:

Jeshuu sarebbe nato qualche tempo prima della morte di Erode, quindi potremmo pensare al 6 a. C., trascurando che quello, secondo la strampalata cronologia di Luca, sarebbe stato anche l’anno di uno sconosciuto censimento di Augusto di tutto l’impero, al tempo di Quirino, e cioè nel 6 d.C.

ma il 6 d.C. è anche l’anno nel quale Jeshuu, secondo questa cronologia, compie dodici anni ed entra nell’adolescenza; e, sempre a stare a questo racconto, i suoi genitori, recatisi a Gerusalemme per il pellegrinaggio annuale, lo trovano, tre giorni dopo averlo perso, che nel tempio ascolta ed interroga i dottori.

siamo giusto nell’anno della più grande rivolta antiromana che precede di sessant’anni l’ultima e definitiva, ed ecco che proprio in quell’anno questo vangelo colloca la prima sortita in qualche modo pubblica di Jeshuu: in coincidenza con quello che stava facendo Giuda il Galileo e prima della sua morte, nonché dell’inizio del periodo oscuro di Jeshuu.

c’è qualche rapporto tra questi fatti? possiamo pensare, ipotesi avventata, anche se non del tutto gratuita, che l’esilio di Jeshuu in Egitto fosse iniziato proprio allora dopo una prima apparizione pubblica?

e quella presentata dall’autore di questo vangelo è una versione di comodo, che cerca di correggere altre storie circolanti sulla vita di Jeshuu?

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La Guerra Giudaica, Libro II

[anno 6 d.C.] 117 – 8, 1. Dopo che fu ridotto a provincia il territorio di Archelao, vi fu mandato come procuratore Coponio, un membro dell’ordine equestre dei romani, investito da Cesare anche del potere di condannare a morte.

NOTA. Giuseppe Flavio attribuisce, impropriamente a Coponio, la carica di procurator, in greco eparchos, che venne invece istituita solamente dopo il 44 d.C.; corregge l’errore nell’opera successiva, evidentemente dopo avere consultato gli archivi imperiali; il particolare riveste una certa importanza, come si vedrà in seguito, perché dimostra che, quando scrisse Giuseppe Flavio, verso l’anno 80, si faceva facilmente confusione fra le due cariche, perfino nell’élite ebraica, mentre risulta impossibile che un contemporaneo che raccontasse quei fatti attribuisse ai praefecti una carica di procurator che venne istituita soltanto dopo] .

118 Sotto di lui un galileo di nome Giuda spinse gli abitanti alla ribellione, colmandoli di ingiurie se avessero continuato a pagare il tributo ai romani e ad avere, oltre Dio, padroni mortali. Questi era un dottore che fondò una sua setta particolare, e non aveva nulla in comune con gli altri.

119 – 8, 1. Tre sono infatti presso i giudei le sette filosofiche: ad una appartengono i Farisei, alla seconda i Sadducei, alla terza, che gode fama di particolare santità, quelli che si chiamano Esseni, i quali sono giudei di nascita, legati da mutuo amore più strettamente degli altri.
120 Essi respingono i piaceri come un male, mentre considerano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni. Presso di loro il matrimonio è spregiato, e perciò adottano i figli degli altri quando sono ancora disciplinabili allo studio, e li considerano persone di famiglia e li educano ai loro principi; 121 non è che condannino in assoluto il matrimonio e l’aver figli, ma si difendono dalla lascivia delle donne perché ritengono che nessuna rimanga fedele a uno solo. 122 – 8, 3. Non curano la ricchezza ed è mirabile il modo come attuano la comunità dei beni, giacché è impossibile trovare presso di loro uno che possegga più degli altri; la regola è che chi entra metta il suo patrimonio a disposizione della comunità, sì che in mezzo a loro non si vede né lo squallore della miseria, né il fasto della ricchezza, ed essendo gli averi di ciascuno uniti insieme, tutti hanno un unico patrimonio come tanti fratelli. 123 Considerano l’olio una sozzura, e se qualcuno involontariamente si unge, pulisce il corpo; infatti hanno cura di tener la pelle asciutta e di vestire sempre di bianco. Gli amministratori dei beni comuni vengono scelti mediante elezione, e così pure da tutti vengono designati gli incaricati dei vari uffici. 124 – 8, 4. Essi non costituiscono un’unica città, ma in ogni città ne convivono molti. Quando arrivano degli appartenenti alla setta da un altro paese, gli mettono a disposizione tutto ciò che hanno come se fosse proprietà loro, e s’introducono presso persone mai viste prima come se fossero amici di vecchia data; 125 perciò, quando viaggiano, non portano seco assolutamente nulla, salvo le armi contro i briganti. In ogni città viene eletto dall’ordine un curatore dei forestieri, che provvede alle vesti e al mantenimento. 126 Quanto agli abiti e all’aspetto della persona, assomigliano ai ragazzi educati con rigorosa disciplina. Non cambiano abiti né calzari se non dopo che i vecchi siano completamente stracciati o consumati dal tempo. 127 Fra loro nulla comprano o vendono, ma ognuno oltre quanto ha a chi ne ha bisogno e ne riceve ciò di cui ha bisogno lui; e anche senza contraccambio è lecito a loro di prendere da chi vogliano. 128 – 8, 5. Verso la Divinità sono di una pietà particolare; prima che si levi il sole non dicono una sola parola su argomenti profani, ma soltanto gli rivolgono certe tradizionali preghiere, come supplicandolo di sorgere. 129 Poi ognuno viene inviato dai superiori al mestiere che sa fare, e dopo aver lavorato con impegno fino all’ora quinta, di nuovo si riuniscono insieme e, cintisi i fianchi di una fascia di lino, bagnano il corpo in acqua fredda, e dopo questa purificazione entrano in un locale riservato dove non è consentito entrare a nessuno di diversa fede, ed essi in stato di purezza si accostano alla mensa come a un luogo sacro. 130 Dopo che si sono seduti in silenzio, il panettiere distribuisce in ordine i pani e il cuciniere serve a ognuno un solo piatto con una sola vivanda. 131 Prima di mangiare, il sacerdote pronuncia una preghiera e nessuno può toccare cibo prima della preghiera. Dopo che hanno mangiato, quello pronuncia un’altra preghiera; così al principio e alla fine essi rendono onore a Dio come dispensatore della vita. Quindi, deposte le vesti da pranzo come paramenti sacri, tornano al lavoro fino a sera. 132 Al rientro mangiano allo stesso modo, in compagnia degli ospiti, se ve ne sono. Mai un grido o un alterco, disturba la quiete della casa, ma conversano ordinatamente cedendosi scambievolmente la parola. 133 A quelli di fuori il silenzio di là dentro dà l’impressione di un pauroso mistero, mentre esso nasce da una continua sobrietà e dall’uso di mangiare e di bere solo fino a non aver più fame o sete. 134 – 8, 6. Ogni cosa essi fanno secondo gli ordini dei superiori salvo due, in cui sono liberi di regolarsi da sé: l’assistenza e l’elemosina; infatti possono soccorrere a piacimento una persona degna che sia nel bisogno, come pure dar da mangiare ai poveri. Ma far regali ai parenti non si può senza l’autorizzazione dei superiori. 135 Sono giusti dispensatori di castighi, capaci di tenere a freno i sentimenti, custodi della lealtà, promotori di pace. Tutto ciò che essi dicono vale più di un giuramento, ma si astengono dal giurare considerandolo cosa peggiore che lo spergiurare; dicono infatti che è già condannato chi non è creduto senza invocare Dio. 136 Hanno uno straordinario interesse per le opere degli antichi autori, scegliendo soprattutto quelle che giovano all’anima e al corpo; ivi per la cura delle malattie essi studiano le radici medicamentose e le proprietà delle pietre. 137 – 8, 7. A chi desidera far parte della loro setta non viene concesso di entrare immediatamente, ma lasciandolo fuori per un anno gli fanno seguire la stessa norma di vita, dandogli una piccola scure e la predetta fascia per i fianchi e una veste bianca. 138 Dopo che in questo periodo di tempo egli abbia dato prova della sua temperanza, viene ammesso a un più completo esercizio della regola e ottiene acque più pure per la purificazione, ma non ancora è introdotto nella comunità. Infatti dopo aver dimostrato la sua fermezza per altri due anni viene sottoposto a un esame del carattere e solo allora, se appare degno, viene ascritto alla comunità. 139 Ma prima di toccare il cibo comune, egli presta a loro terribili giuramenti: in primo luogo di venerare Dio, poi di osservare la giustizia verso gli uomini e di non far danno ad alcuno né di propria volontà né per comando, e di combattere sempre gli ingiusti e di aiutare i giusti; 140 di essere sempre ubbidiente verso tutti, specie verso coloro che esercitano un potere, perché nessuno può esercitare un potere senza la volontà di Dio; e se poi tocchi a lui di esercitare un potere, di non approfittarne per commettere abusi, e di non distinguersi da quelli a lui sottoposti per splendore di vesti o per qualche altra insegna di superiorità; di amare sempre la verità e di smascherare i bugiardi; 141 di trattenere le mani dal furto e di serbare l’anima incontaminata da un empio guadagno e di non tener nulla celato ai membri della comunità e di non svelare ad altri nulla delle loro cose, anche se torturato fino alla morte. 142 Inoltre egli giura di non trasmettere ad alcuno le regole in forma diversa da come le ha ricevute, di astenersi dal brigantaggio e di custodire i libri della loro setta con la stessa cura che i nomi degli angeli. Tali sono i giuramenti con cui gli Esseni si garantiscono dai proseliti. 143 – 8, 8. Quelli che sono trovati colpevoli di gravi crimini li espellono dalla comunità. Chi subisce tale condanna spesso fa una fine assai miseranda; infatti, vincolato dai giuramenti e dalle abitudini, non riesce nemmeno a mangiare ciò che mangiano gli altri, e cibandosi di erba e consumando il corpo con la fame finisce per morire. 144 Perciò gli Esseni ne riammisero molti per compassione, quando erano in fin di vita, giudicando castigo sufficiente per le loro colpe un tormento che li aveva portati sull’orlo della morte. 145 – 8, 9. Nelle liti giudiziarie sono assai precisi e giusti, e celebrano i processi adunandosi in numero non inferiore a 100, e le loro sentenze sono inappellabili. Presso di loro dopo Dio è tenuto in onore il nome del legislatore, e se uno lo bestemmia è punito con la morte. 146 Si fanno un pregio di ubbidire ai più anziani e al volere della maggioranza; se, per esempio, stanno insieme dieci persone, nessuno parlerebbe, se gli altri preferiscono il silenzio. 147 E si guardano dallo sputare in mezzo alla compagnia o voltandosi verso destra, e con più rigore di tutti gli altri giudei si astengono dal lavoro nel settimo giorno; non solo infatti si preparano da mangiare il giorno prima, per non accendere il fuoco quel giorno, ma non ardiscono neppure di muovere un arnese né di andare di corpo. 148 Invece, negli altri giorni, scavano una buca della profondità di un piede con la zappetta – a questa infatti assomiglia la piccola scure che viene consegnata da loro ai neofiti -, e avvolgendosi nel mantello, per non offendere i raggi di Dio, vi si siedono sopra. 149 Poi gettano nella buca la terra scavata, e ciò fanno scegliendo i luoghi più solitari. E sebbene l’espulsione degli escrementi sia un fatto naturale, la regola impone di lavarsi subito dopo come per purificarsi da una contaminazione. 150 – 8, 10. Si dividono in quattro categorie a seconda dell’anzianità nella regola, e i neofiti sono tanto al di sotto dei vecchi adepti, che se per caso questi li toccano si lavano come se fossero venuti a contatto con uno straniero. 151 Sono anche longevi, dato che i più passano i cento anni, e ciò, io credo, grazie alla vita semplice e ordinata; disprezzano poi i pericoli e vincono i dolori con la ragione mentre la morte, quando giunga onorata, la considerano preferibile all’immortalità. 152 Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il legislatore o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza nemmeno una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. 153 Ma sorridendo tra i dolori, e prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l’anima come certi di tornare a riceverla. 154 – 8, 11. E infatti presso di loro è salda la credenza che mentre i corpi sono corruttibili, e che gli elementi di cui sono composti non durano, invece le anime immortali vivono in eterno e, venendo giù dall’etere più leggero, restano impigliate nei corpi come dentro carceri quasi attratte da una sorta di incantesimo naturale, 155 ma quando siano sciolte dai vincoli della carne, come liberate da una lunga schiavitù, allora sono felici e volano verso l’alto. Con una concezione simile a quella dei figli dei greci, essi ritengono che alle anime buone è riservato di vivere al di là dell’oceano in un luogo che non è molestato né dalla pioggia né dalla neve né dalla calura, ma ricreato da un soave zefiro che spira sempre dall’oceano; invece alle anime cattive attribuiscono un antro buio e tempestoso, pieno di supplizi senza fine. 156 Mi pare che, con la stessa visione, i greci ai loro uomini valorosi, che chiamano eroi e semidei, abbiano riservato le isole dei beati, invece alle anime dei malvagi il posto degli empi giù nell’Ade, dove anche raccontano che sono puniti quelli come Sisifo, Tantalo, Issione e Titio: così i greci in primo luogo ammettono che le anime sono immortali, e poi spingono alla virtù e ritraggono dal vizio. 157 Ritengono infatti che i buoni durante la vita diventano migliori per la speranza di ricevere un premio anche dopo la morte, mentre le cattive intenzioni dei malvagi risultano compresse dalla paura di chi, se pure riuscisse a farla franca in vita, teme un eterno castigo dopo la morte. 158 Queste sono dunque le credenze degli Esseni intorno all’anima, che rappresentano un’attrazione irresistibile per tutti quelli che una volta abbiano assaporato la loro dottrina. 159 – 8, 12. Vi sono poi in mezzo a loro di quelli che si dichiarano capaci anche di prevedere il futuro, esercitati fin da ragazzi nella lettura dei libri sacri, in varie forme di purificazione e nelle sentenze dei profeti; è raro che falliscano nelle predizioni.

160 – 8, 13. Vi è anche un altro gruppo di Esseni, simile a quello precedente nella vita, negli usi e nelle leggi, ma diverso per la concezione del matrimonio. Ritengono infatti che chi non si sposa è come se amputasse la parte principale della vita, la sua propagazione, e anzi osservano che se tutti la pensassero a quel modo la stirpe umana ben presto si estinguerebbe. 161 Pertanto essi sottopongono le spose a un periodo di prova di tre anni, e le sposano solo dopo che quelle hanno dato prova di fecondità in tre periodi di purificazione. Con le gravide non hanno rapporti, dimostrando così che si sono sposati non per il piacere ma per avere figli. Quando prendono il bagno, le donne sono coperte di una veste, gli uomini hanno una fascia. Tali sono gli usi di questo gruppo.

162 – 8, 14. Delle altre due sette prima nominate una è quella dei Farisei; essi godono fama d’interpretare esattamente le leggi, costituiscono la setta più importante, e attribuiscono ogni cosa al destino e a Dio; 163 ritengono che l’agire bene o male dipende in massima parte dagli uomini, ma che in ogni cosa ha parte anche il destino; che l’anima è immortale, ma soltanto quella dei buoni passa in un altro corpo, mentre quelle dei malvagi sono punite con un castigo senza fine.

164 I Sadducei, invece, che compongono l’altra setta, negano completamente il destino ed escludono che Dio possa fare qualche cosa di male o solo vederla; 165 affermano che è in potere degli uomini la scelta tra il bene e il male, e che secondo il suo volere ciascuno si dirige verso l’uno o verso l’altro. Negano la sopravvivenza dell’anima, nonché le pene dell’Ade e i premi.
166 I Farisei sono legati da scambievole amore e perseguono la concordia entro la comunità; i Sadducei sono invece, anche tra loro, piuttosto aspri e nei rapporti con i loro simili sono rudi al pari che con gli altri.
Questo avevo da dire sulle sette filosofiche dei giudei.

167 – 9, 1. Dopo che l’etnarchia di Archelao fu trasformata in provincia, gli altri, cioè Filippo ed Erode, detto Antipa, continuarono a governare le loro tetrarchie. Salome invece morì, e lasciò in eredità a Giulia, la moglie di Augusto, la sua toparchia con Iamnia e i palmeti di Fasaelide.

[anno 14 d. C. ] 168 Quando, alla morte di Augusto, che aveva regnato per 57 anni sei mesi e due giorni, l’impero dei romani passò nelle mani di Tiberio figlio di Giulia, le tetrarchie rimasero in possesso di Erode e Filippo, e l’uno fondò una città di nome Cesarea presso le fonti del Giordano nella Paniade, e un’altra di nome Giuliade nella Gaulanitide inferiore; Erode fondò Tiberiade nella Galilea, e nella Perea un’altra città che ricordava il nome di Giulia.

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Antichità Giudaiche, XVIII

[anno 6 d.C.] 1 – I, I. – Quirino, senatore romano passato attraverso tutte le magistrature fino al consolato, persona estremamente distinta sotto ogni aspetto, giunse in Siria, inviato da Cesare affinché fosse il governatore [praefectus, in greco epìtropos] della nazione e facesse la valutazione delle loro proprietà. 2 Anche Coponio, di ordine equestre, visitò la Giudea, fu inviato con lui per governare su di loro con piena autorità. Quirino visitò la Giudea, allora annessa alla Siria, per compiere una valutazione delle proprietà dei Giudei e liquidare le sostanze di Archelao. 3 All’inizio i Giudei, sentendo parlare del censimento delle proprietà, lo accolsero come un oltraggio, gradualmente però acconsentirono, raddolciti dagli argomenti del sommo sacerdote Joazar, figlio di Boeto, a non proseguire nella loro opposizione; così quanti furono da lui convinti dichiararono, senza difficoltà, i beni di loro proprietà.

4 Ma un certo Giuda, un Gaulanita della città chiamata Gamala, che aveva avuto l’aiuto di Saddoc, un fariseo, si gettò nel partito della ribellione, gridando che questo censimento ad altro non mirava che a mettere in totale servitù, e invitava la nazione a fare un tentativo di indipendenza. 5 Insistevano che in caso di successo, i Giudei avrebbero posto le fondamenta della prospe­rità; e qualora, invece, fallissero nella loro conquista, avrebbero guadagnato onore e rinomanza per la loro nobile aspirazione e la Divinità, d’altra parte, sarebbe stata il migliore aiuto e ne avrebbe favorito l’impresa fino al successo, tanto più se fermamente resisteranno con l’adesione del cuore e non indietreggeranno di fronte allo spargimento di sangue che potrà essere necessario. 6 E siccome la gente di buon grado accoglieva questi appelli, la congiura per l’astensione faceva seri progressi, e in tal modo questi uomini diffusero il seme di ogni genere di calamità che afflissero così tanto la nazione al punto che non vi sono parole atte a esprimerlo. 7 Quando le guerre sono scoppiate e si trovano al limite da sfuggire a ogni controllo, quando gli amici, con i quali era possibile alleviare le sofferenze, se ne sono andati, quando le scorrerie sono fatte da orde di briganti e vengono assassinate persone di grande stima, si pensa che ciò avvenga per mantenere il bene comune, ma proprio in quei casi la verità è che si tratta di vantaggi privati. 8 Costoro hanno gettato il seme dal quale sorse la lotta tra le fazioni, massacri di concittadini tra i più ragguardevoli personaggi col pretesto del riordino delle cose pubbliche, ma in fondo con la speranza di un privato guadagno. Per colpa loro ribollirono sedizioni e si sparse molto sangue civile sia per i massacri reciproci che facevano i nazionalisti fanatici desiderosi di non cedere ai loro nemici, sia per la strage che facevano dei loro avversari. Venne poi la carestia che li rese sfrenati in modo travolgente; seguirono lotte e razzie tra le città a tal punto che il santuario di Dio, in questa rivolta divenne preda del fuoco ostile. 9 Qui vi è una lezione su quanto innovazione e riforme delle tradizioni ancestrali pesino profondamente nella distruzione dell’insieme del popolo. In questo caso, certamente, Giuda e Saddoc diedero inizio tra noi a una astrusa scuola di filosofia, e quando acquistarono una quantità di ammiratori, subito riempirono il corpo politico di tumulto e vi inserirono ancora i semi di quei torbidi che in seguito lo sopraffecero; e tutto avvenne per la novità di quella filosofia finora sconosciuta che ora descrivo.

10 Il motivo per cui do questo breve resoconto è soprattutto perché lo zelo che Giuda e Saddoc ispirarono nella gioventù fu l’elemento della rovina della nostra causa.

11 – 2. Dai tempi più remoti i Giudei hanno tre filosofie che fanno parte delle loro tradizioni; quella degli Esseni, quella dei Sadducei e in terzo luogo quella detta dei Farisei. Certo, di esse ho parlato nel secondo libro della Guerra Giudaica, ciononostante anche qui ne farò una breve menzione.

12 – 3. I Farisei rendono semplice il loro modo di vivere non facendo alcuna concessione alla mollezza. Seguono quanto la loro dottrina ha scelto e trasmesso come buono, dando la massima importanza a quegli ordinamenti che considerano adatti e dettati per loro. Hanno rispetto e deferenza per i loro anziani, e non ardiscono contraddire le loro proposte. 13 Ritengono che ogni cosa sia governata dal Destino, ma non vietano alla volontà umana di fare quanto è in suo potere, essendo piaciuto a Dio che si realizzasse una fusione: che il volere dell’uomo, con la sua virtù e il suo vizio, fosse ammesso nella camera di consiglio del Destino. 14 Credono alla immortalità delle anime, e che sotto terra vi siano ricompense e punizioni per coloro che seguirono la virtù o il vizio: eterno castigo è la sorte delle anime cattive, mentre le anime buone ricevono un facile transito a una nuova vita. 15 Per questo hanno un influsso reale ed estremamente autorevole presso il popolo; e tutte le preghiere e i sacri riti del culto divino sono eseguiti conforme alle loro disposizioni. La pratica dei loro altissimi ideali sia nel modo di vivere sia nei ragionamenti, è l’eminente tributo che gli abitanti delle città pagano all’eccellenza dei Farisei.

16 – 4. I Sadducei ritengono che le anime periscano come i corpi. Non hanno alcun’altra osservanza all’infuori delle leggi; giudi­cano, infatti, un esercizio virtuoso discutere con i maestri sul sentiero dottrinale che essi seguono. Pochi sono gli uomini ai quali è stata fatta conoscere questa dottrina; e tuttavia costoro appartengono alla classe più alta. 17 Essi non compiono pratica­mente nulla, poiché allorché assumono un ufficio, involontariamente e per forza, lo sottopongono, loro malgrado, a quanto dicono i Farisei; perché in altra maniera non sarebbero tollerati.

Libro XVIII:18 – 5. La dottrina degli Esseni è di lasciare ogni cosa nelle mani di Dio. Considerano l’anima immortale e credono di dovere lottare soprattutto per avvicinarsi alla giustizia. 19 Mandano offerte al tempio, ma compiono i loro sacrifici seguendo un rituale di purificazione diverso. Per questo motivo sono allontanati dai recinti del tempio frequentati da tutto il popolo e compiono i loro sacrifici da soli. Per il resto, sono uomini eccellenti che si dedicano unicamente all’agricoltura. 20 Sono ammirati da tutti per quella loro giustizia che mai fu trovata tra i Greci o tra i Barbari, neppure per breve tempo, mentre per loro è una pratica costante e mai interrotta, avendola adottata da tempi antichi. Perciò mantengono i loro averi in comune sia chi è ricco più degli altri, sia colui che non possiede nulla. Le persone che praticano questo genere di vita sono più di 4mila. 21 Costoro né introducono mogli nella comunità, né tengono schiavi, poiché ritengono che la pratica di quest’ultima abitudine favorisca l’ingiustizia e ritengono che la prima sia fonte di discordia. Essi invece vivono da soli e svolgono scambievolmente i servizi l’uno dell’altro. 22 Alzando le mani eleggono uomini onesti che ricevano le loro rendite e i prodotti della terra, e i sacerdoti per preparare pane e altro cibo. Il loro genere di vita non è diverso da quello dei cosiddetti Ctisti tra i Daci, ma chiuso il più possibile.

Libro XVIII:23 – 6. Giuda il Galileo si pose come guida di una quarta filosofia. Questa scuola concorda con tutte le opinioni dei Farisei eccetto nel fatto che costoro hanno un ardentissimo amore per la libertà, convinti come sono che solo Dio è loro guida e padrone. Ad essi poco importa affrontare forme di morte non comuni, permettere che la vendetta si scagli contro parenti e amici, purché possano evitare di chiamare un uomo “padrone”. 24 Ma la maggioranza del popolo ha visto la tenacia della loro risoluzione in tali circostanze, che posso procedere oltre la narrazione. Perché non ho timore che qualsiasi cosa riferisca a loro riguardo sia considerata incredibile. Il pericolo, anzi, sta piuttosto nel fatto che la mia esposizione possa minimizzare l’indifferenza con la quale accet­tano la lacerante sofferenza delle pene. 25 Questa frenesia iniziò ad affliggere la nazione dopo che il governatore Gessio Floro con le sue smisurate prepotenze e illegalità provocò una disperata ribellione contro i Romani.

Tale è il numero delle scuole filosofiche tra i Giudei.

[anno 6 d.C.] 26 – II, I. Quirino vendette i beni di Archelao, e nello stesso tempo ebbero luogo le registrazioni delle proprietà che avvennero nel 37esimo anno dalla disfatta di Azio, inflitta da Cesare ad Antonio. Essendo il sommo sacerdote Joazar sopraffatto da una sedizione popolare, Quirino gli tolse la dignità del suo ufficio e costituì sommo sacerdote Anano, figlio di Seth. 27 Intanto Erode e Filippo ebbero ognuno il possesso della propria tetrarchia; Erode fortificò Sefori, la eresse come ornamento di tutta la Galilea e la chiamò Autocratore, circondò di mura anche un altra città, Betarampta, che chiamò Giulia dal nome della moglie dell’imperatore. 28 Anche Filippo ingrandì Panea, la città vicino alle fonti del Giordano e la chiamò Cesarea; e la zona di Bethsaida sul lago di Genezareth la eresse al grado di città aumentandone gli abitanti e irrobustendone le fortificazioni; e la chiamò Giulia dal nome della figlia di Cesare.

29 – 2. Durante il periodo nel quale aveva l’amministra­zione degli affari della Giudea Coponio, che, come ho detto, fu sostituito da Quirino, accadde l’evento che sto per riferire. Nella festa degli Azzimi che noi chiamiamo Pasqua, i sacerdoti sogliono aprire i portoni del tempio dopo mezzanotte. 30 Allora, dunque, non appena i portoni furono aperti, alcuni Samaritani, che di nascosto erano entrati in Gerusalemme, iniziarono a spargere ossa umane sotto i portici e dappertutto nel tempio. Di conseguenza i sacerdoti, sebbene non avessero mai compiuto una cosa del genere, esclusero tutti dal tempio, in attesa di prendere altre misure per una maggiore protezione del tempio.

[anno 9 d.C.] 31 Dopo breve tempo, Coponio ritornò a Roma. Nell’ufficio gli succedette Marco Ambivolo; durante la sua amministrazione morì Salome, sorella del re Erode. Lei lasciò Giulia erede di Jamnia, del suo territorio, così anche di Fasaele, sulla pianura e di Archelaide ove si trova una grande piantagione di palme i cui datteri sono di eccellente qualità.

[anno 12 d.C.] 32 Il successore di Ambivolo fu Annio Rufo, la cui amministrazione fu segnata dalla morte di Cesare [Augusto, anno 14 d.C.], secondo imperatore dei Romani che governò 57 anni, sei mesi e due giorni: per 14 tenne l’autorità con Antonio; morì che aveva 77 anni.

33 Dopo Cesare, salì sul trono Tiberio Nerone, figlio di sua moglie Giulia; [anno 15 d.C.] egli inviò Valerio Grato a succedere ad Annio Rufo quale governatore sui Giudei. 34 Grato depose Anano dal suo sacro ufficio e proclamò sommo sacerdote Ismaele, figlio di Fabi; dopo un anno lo depose e, in sua vece, designò Eleazaro, figlio del sommo sacerdote Anano. Dopo un anno depose anche lui e all’ufficio di sommo sacerdote designò Simone, figlio di Camitho. 35 L’ultimo menzionato tenne questa funzione per non più di un anno e [anno 18 d.C.] gli successe Giuseppe, che fu chiamato Caifa.

[anno 26 d.C.] Dopo questi atti, Grato si ritirò a Roma, dopo essere stato in Giudea per 11 anni. Venne come suo successore Ponzio Pilato.

36 – 3. Il tetrarca Erode [Antipa] aveva conquistato un posto così eminente tra gli amici di Tiberio che nella più bella regione della Galilea, sulla riva del lago di Genezareth, edificò una città alla quale diede il nome di Tiberia; non lungi da essa, in un paese detto Ammato, vi è una sorgente di acqua calda. 37 I nuovi abitanti erano gente promiscua, un contingente non piccolo era galileo; con costoro vi erano altri tratti dal territorio a lui soggetto e portati a forza alla nuova fondazione; alcuni di costoro erano magistrati. Erode accolse tra i partecipanti anche povera gente che era portata a unirsi agli altri, qualunque fosse la loro origine; vi era pure il dubbio se fossero veramente liberi; 38 ma costoro spesso e con larghezza li beneficava, li gratificava di case, a sue spese, con l’aggiunta anche di nuove donazioni in terreni. Egli sapeva che questo era un insediamento contrario alla legge e alla tradizione dei Giudei perché Tiberia era stata costruita su di un sito cimiteriale spianato, e qualche sepolcro era ancora là. La nostra legge dice che chi abita tali insediamenti è impuro per sette giorni.

[…; ometto 39-54 con notizie sui territori circostanti, che non riguardano direttamente il mondo ebraico].

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10 commenti

  1. Avevo scritto un commento giorni fa (forse ti è sfuggito) su Donnini e la sua ipotesi dei due Jeshua: il capo militare e il capo spirituale (bar-abba, figlio del Padre). Donnini sostiene che i romani non avevano alcun problema coi predicatori spirituali e dunque rilasciando Barabba avrebbero rimesso in libertà il “vero” Gesù e crocifisso il capo politico, che andava contro Cesare.Vorrei conoscere la tua opinione in merito. Quando lessi questo lavoro, anni fa, trovai la teoria molto interessante ma in quest’ambito, tutti dicono tutto e il contrario di tutto quindi…

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    • il tuo commento non mi era affatto sfuggito, oltretutto sei l’unica che commenta questi post, tra l’altro piuttosto impegnativi, e ti ho anche risposto, piuttosto ampiamente, sul rapporto con Donnini delle mie ricerche, proprio in coda a quel post:
      l’infanzia di Jeshuu: negli anni del caos rivoluzionario nel mondo ebraico dopo Erode, sembra. L’Annuncio del Nuovo Regno: Introduzione. 11 – 285

      faccio un ulteriore esempio, prendendo proprio uno dei punti esaminati in questo post: il racconto del Vangelo secondo Luca di Gesù dodicenne che per tre giorni disputa con i dottori. non ha nessun senso, secondo me, esaminare questo episodio partendo dal presupposto che sia vero. dobbiamo partire dal presupposto che, non essendo totalmente e chiaramente inverosimile, potrebbe anche avere un fondo di verità, ma difficilmente possiamo dare una risposta a questa domanda.
      la vera domanda da porsi è invece un’altra: perché Luca sente il bisogno di raccontare questo episodio? vero che sia, o totalmente inventato o vero solo in qualche nucleo essenziale che non possiamo definire meglio.
      per orientarci su questa domanda, prima, cercare di definire quando scrive Luca: io ritengo che questo vangelo sia nato verso il 140 nell’ambiente di Marcione che lo considerava l’unico canonico; successivamente fu certamente spurgato delle impostazioni marcioniche nel frattempo dichiarate ereticali, uniformato teologicamente agli altri riconosciuti e molto probabilmente integrato proprio dei racconti dell’infanzia di Gesù.
      perché questo venne fatto? perché il personaggio Gesù, come usciva dai racconti precedenti, era troppo vago e, per farlo sfondare nell’ambiente pagano, c’era bisogno di qualche elemento biografico più concreto.
      sappiamo, soprattutto dall’opera di Celso, che verso la metà del secondo secolo, tra gli ebrei e i pagani che avversavano il cristianesimo, era diventato senso comune che Jeshuu avesse avuto un passato egiziano, e che le sue capacità magiche e taumaturgiche, ce nessuno metteva in discussione, data la cultura del tempo, fosse in realtà delle tecnice che aveva appreso proprio in Egitto.
      i due vangeli che vengono a costituirsi, attraverso vari interventi, appunto in questo periodo, quello secondo Matteo e quello secondo Luca, cercano di dare risposta a queste critiche, ma lo fanno in due modi diversi ed incompatibili fra loro.
      Matteo ammette che Gesù sia stato in Egitto, ma soltanto nei primi due-tre anni di vita; poi afferma che è sempre vissuto in Palestina, anche se non sa dircene di più. Luca invece nega del tutto il passato egiziano di Gesù e, per dimostrarlo, racconta questo episodio, con i suoi due genitori che ogni anno vanno in pellegrinaggio a Gerusalemme.
      ma il racconto è poi riferito esattamente in modo tale da farmi pensare che servisse a rispondere ad un’altra notizia circolante: che Jeshuu, al tempo della rivolta anti-censimento di Giuda il Galileo, era stato portato nel tempio di Gerusalemme a predicare, pur se soltanto dodicenne. Luca racconta l’episodio in modo tale da banalizzarlo e farlo sembra un normale incidente e tiene molto a sottolineare che questo avviene perché Gesù era sfuggito alla sorveglianza dei suoi genitori. anche questo è un indizio.
      ma chi erano i genitori di Jeshuu? anche su questo punto, come sulle genealogie, Matteo e Luca seguono due strategie del tutto diverse. Luca dice che Gesù era “figlio di Giuseppe, come si credeva”; intende dire con questo che fosse figlio di Dio, come si interpreta questa frase sibillina, ma può essere anche inteso come se volesse dire che era figlio di qualcun altro, e quindi socchiude una porta, ma non ci svela che cosa potrebbe esserci aldilà. Luca invece intende non lasciare alcun dubbio possibile, al punto di inventarsi una cuginanza con Giovanni Battista, smentita o ignorata dagli altri vangeli, e raccontare abbastanza ampiamente nascita e infanzia.
      Matteo nella genealogia che pone all’inizio del suo vangelo, afferma che Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, detto il Messia [Cristo, cioè unto da Dio]. ma già il nome del nonno paterno di Gesù, nei due vangeli, è differente: è Eli, per Luca, Giacobbe per Matteo, come abbiamo già visto. nessuno dei due, evidentemente, aveva a disposizione un quadro attendibile dell’ascendenza di Jeshuu, nonostante il vero e proprio culto delle genealogie in uso presso gli ebrei: troppo tempo era passato, evidentemente, anche da quando l’imperatore Domiziano, alla fine del primo secolo, era comunque riuscito a risalire ai figli del fratello gemello di Jeshuu, Giuda detto il Gemello. queste genealogie sono palesemente inventate entrambe liberamente, perché così lavoravano gli autori dei vangeli.

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      • Era Giuda allora, e non Tommaso, il gemello. Ricordavo male, ma ho letto molto e la confusione si è accumulata, purtroppo. Comunque, mi fa veramente piacere poter disquisire di questo argomento, perché si trovano veramente poche persone per affrontarlo! Credere nei vangeli, come credere nella bibbia, è un mero atto di fede. Chi questa fede non ce l’ha e cerca risposte storiche, deve faticare enormemente per estrapolare quel poco di storia camuffata in leggenda in quelle pagine. Ricordo quando lessi che l’arcangelo Gabriele non fu soltanto quello dell’annunciazione a Maria, ma pure quello che sbattè il Libro in faccia a Maometto. Preupponendo che sia “vero”, è qualcosa di sconcertante, almeno per me. E dovrebbe esserlo pure per i cosiddetti “cristiani”. Quello che però mi sconcerta è come si possa aver costruito un dogma su delle falsità tanto evidenti. Purtroppo però la maggior parte di chi si professa cattolico ignora quanto la Chiesa abbia deliberatamente attinto da altre religioni (tantissimo dal paganesimo che ripudia) e addirittura creato a tavolino, come l’immacolata concezione, la verginità di Maria ricopiata da Iside e chissà quali altri miti ecc. Sai, a volte concordo con i seguaci di Biglino: le sue ipotesi sono molto più plausibili di queste dottrine canoniche!

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