gli anni di Pilato e di altri prefetti fino alla morte di Tiberio: 29-37 d.C. – il Testimonium Flavianum e dintorni – L’Annuncio del Nuovo Regno: Introduzione. 13 – 299

come abbiamo visto nel post precedente, i primi quattro praefecti romani che governarono la Giudea, dopo che venne incorporata nella provincia di Siria dell’impero romano nel 6 d.C. furono Coponio (6-9 d.C.), Marco Annibulo (9-12 d.C.), Annio Rufo (12-15 d.C.) e Valerio Grato, che prese il suo posto nell’anno 15 d.C..

sappiamo anche con sicurezza che nel 29 d.C. divenne praefectus della Giudea Ponzio Pilato.

non bastassero le notizie che fornisce Giuseppe Flavio, lo conferma un’iscrizione scoperta da un gruppo di archeologi italiani nel 1961 guidati da Antonio Frova (che fu mio docente universitario di Archeologia a Milano nel 1966), durante gli scavi del teatro romano di Cesarea, detta Marittima, per distinguerla da numerose altre città antiche che ebbero lo stesso nome, che era stata fondata da Erode il Grande.

l’iscrizione era danneggiata, ma leggibile quel tanto che basta:

[…]S TIBERIÉUM / [….PO]NTIUS PILATUS / […PRAEF]ECTUS IUDA[EA]E / [..FECIT D]E[DICAVIT].

Il prefetto della Giudea Ponzio Pilato ha costruito questo edificio dedicandolo a Tiberio

[?? la traduzione, letteralmente infedele, cerca di rendere almeno il senso generale]

GCC Trip To Israel in 2007

il nome esatto della carica rivestita da Pilato, a cui abbiamo accennato nel post precedente, si poteva dunque leggere ben chiara ai suoi tempi in questo monumento dedicato a Tiberio da lui in una delle città più importanti del mondo ebraico.

ciò non toglie che per secoli gliene sia sempre stata attribuita un’altra, prendendo per buone le fonti evangeliche, che gliene davano una sbagliata (e vedremo presto un possibile perché); ma neppure questa scoperta è bastata (ovviamente) a porre termine alla confusione che regna sull’argomento, visto che spesso è interessata,.

poiché le fonti storiche e/o ufficiali non ci danno altri nomi, dobbiamo pensare che l’incarico di praefectus della Giudea di Valerio Grato durasse molto a lungo, dal 15 al 29 d.C, per 14 anni, a differenza di quelli dei suoi predecessori, che si erano avvicendati in brevi cicli di 3 anni.

può sembrare strano, però possiamo essere ragionevolmente certi che Giuseppe Flavio, se avesse trovato traccia di altre nomine negli archivi imperiali, non lo avrebbe certamente taciuto.

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queste precisazioni sono necessarie per via di una lettera in latino, Epistula Lentuli ad Romanos de Christo Jesu, attribuita a un certo Publio Lentulo, altrimenti sconosciuto, che sarebbe stato successore di Grato e predecessore di Pilato.

la troviamo riportata per la prima volta da Ludolph de Carthusian nella Vita di Cristo, Colonia, 1474, e nella Introduzione alle Opere di S. Anselmo, Norimberga, 1498; ma sicuramente circolava già qualche decennio prima se Lorenzo Valla, morto nel 1457, ne aveva già sostenuto il carattere di falso, come sostiene l’Enciclopedia Treccani, peraltro senza altri riferimenti, https://www.treccani.it/enciclopedia/lentulo; infatti, secondo la Catholic Encyclopedia, la lettera sarebbe stata ritrovata nel 1421 da un certo Giacomo Colonna, in un documento proveniente da Costantinopoli.

difficile venire a capo di una questione nella quale manca la materia prima, cioè l’originale.

si legge anche che venne “trascritta” nel Settecento da un presunto manoscritto più antico, che peraltro nessuno ha mai visto.

eccone comunque la traduzione che ho potuto ritrovare in rete.

Ho inteso, o Cesare, che desideri sapere quanto ora ti narro: essendo qui un uomo, il quale vive di grandi virtù chiamato Gesù Cristo, dalla gente è detto profeta ed i suoi discepoli lo tengono per divino e dicono, che egli è figlio di Dio Creatore del cielo e della terra e di tutte le cose che in essa si trovano e son fatte.

In verità, o Cesare, ogni giorno si sentono cose meravigliose di questo Cristo: risuscita morti, e sana gli infermi con una sola parola. Uomo di giusta statura, è molto bello di aspetto; ed ha maestà nel volto, e quelli che lo mirano sono forzati ad amarlo e temerlo. Ha i capelli di color della nocciola ben matura, sono distesi sino alle orecchie e dalle orecchie sino alle spalle sono di color della terra, ma più risplendenti. Ha nel mezzo della fronte in testa i capelli spartiti ad usanza dei Nazareni, il volto senza ruga o macchia, accompagnato da un colore modesto. Le narici e le labbra non possono da alcuno essere riprese con ragione: la barba è spessa ed a somiglianza dei capelli, non molto lunga, ma spartita per mezzo. Il suo guardare è molto spaventoso e grave: ha gli occhi come i raggi del sole e nessuno può guardarlo fisso per lo splendore; e quando ammonisce, si fa amare, ed è allegro con gravità. Dicono che nessuno l’ha veduto mai ridere, ma bensì piangere. Ha le mani e le braccia molto belle; nella conversazione contenta molti, ma si vede di rado: e quando lo si trova, è molto modesto all’aspetto, e nella presenza è il più bell’uomo che si possa immaginare: tutto simile alla madre la quale è la più bella giovane che si sia mai vista in queste parti.

Però se la Maestà tua, o Cesare, desidera di vederlo come negli avvisi passati mi scrivesti, fammelo sapere, che non mancherò subito di mandartelo. Di lettere fa stupire la città di Gerusalemme. Egli non ha studiato giammai con alcuno, eppure sa tutte le scienze; cammina scalzo, senza cosa alcuna in testa; molti ne ridono a vederlo, ma in presenza sua, nel parlare con lui, tremano e stupiscono. Dicono che un uomo come lui non è stato mai veduto, né inteso in queste parti. In verità, secondo quanto mi dicono gli ebrei, non si è sentito mai nessuno di tali consigli, di così grande dottrina, come insegna questo Cristo, e molti dei Giudei lo tengono per divino e lo credono; e molti altri me lo criticano dicendo che è contro la Maestà tua, o Cesare. Si dice che non ha mai fatto dispiacere ad alcuna persona, ma sì bene tutti quelli che lo conoscono e che l’hanno provato dicono di aver ricevuto benefizi e sanità.

Perciò alla Maestà tua, o Cesare, alla tua obbedienza sono prontissimo: quanto mi comandi, sarà eseguito. Vale.
Da Gerusalemme Indizione settima, luna undicesima, Della Maestà tua fedelissimo e obbedientissimo.
Publio Lentulo Governatore della Giudea

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a costui peraltro viene attribuita la carica di governatore e non di praefectus, e questo è un primo indizio del falso.

ma la certezza assoluta, non bastasse il testo stesso da solo, deriva dalla datazione, Indizione settima, luna undicesima, che segue un sistema adottato soltanto a partire dal IV secolo, nell’impero bizantino.

eppure, sembra incredibile, ci sono studiosi cattolici che vorrebbero attribuirgli un fondamento storico e negano che possa essere un falso umanistico, o, sia pure, di epoca anteriore.

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la lettera sarebbe indirizzata a Tiberio, in coerenza con la notizia (molto dubbia) data da Tertulliano, Apologeticum, 5, 2, che l’imperatore avrebbe voluto riconoscere il culto di Cristo come Dio, ma la proposta sarebbe stata rifiutata dal Senato con un senatusconsultum del 35 d.C.. che proibiva il culto cristiano, sotto pena di morte.

Dunque Tiberio, al tempo del quale il Cristianesimo entrò nel mondo, sottomise al parere del senato i fatti annunziatigli dalla Siria Palestina, che laggiù avevano rivelato la verità della Divinità stessa, e votò lui per primo a favore. Il senato, poiché non aveva approvato quei fatti, rigettò la proposta. ma Cesare [Tiberio] restò del suo parere, minacciando pericolo agli accusatori dei Cristiani.

Tiberio, che per interposto Pilato, avrebbe fatto crocifiggere Gesù come sobillatore e ribelle politico che rivendicava il regno di Israele, in quanto discendente di Davide, invece, secondo Tertulliano, avrebbe proposto al senato, già nel 35 d.C.., addirittura di riconoscere la verità del cristianesimo (qualunque cosa questo voglia dire), in quanto religione della divinità di Cristo: idea che notoriamente si venne formando a poco a poco nei decenni successivi. l’idea della divinità di Gesù compare nelle presunte Lettere di Paolo, in realtà un testo in origine marcionita quasi della metà del secondo secolo, ed è ignota prima del II secolo.

ma dell’intera situazione non ci dobbiamo meravigliare, visto che proprio Tertulliano è il teorizzatore del credo, quia absurdum: credo proprio perché è assurdo credere.

tuttavia Marta Sordi sostiene https://www.jstor.org/stable/20861540 che dal frammento 64 Harnack di Porfirio si ricaverebbe una conferma di questa notizia di Tertulliano.

Porfirio Contro i cristiani. https://books.google.it/books/about/Contro_i_cristiani.html?id=1ss7BQAAQBAJ&redir_esc=y

purtroppo non sono in grado di andare oltre, per il momento, ma cercherò di approfondire; certamente, se vero, allora ogni ulteriore ricerca come la mia sulla storicità di Jeshu dovrebbe definitivamente cessare ed arrendersi all’evidenza della piena e totale storicità dei vangeli.

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in attesa di dovermi ricredere, credo che questi testi variamente citati dimostrino da soli su quale costellazione infinita di leggende e di menzogne si sia sia via via costruito il successo del cristianesimo, una desolante dimostrazione della follia che attraversa la civiltà umana, per cui il messaggio filosofico della filantropia e fraternità umana universale, prodotto dal pensiero greco, poté essere fatto accettare, e in modo peraltro alquanto parziale, solo se mescolato ad un guazzabuglio inestricabile di leggende, miracoli e superstizioni.

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ulteriori prefetti della Giudea furono, dopo Ponzio Pilato, dal 29 al 36,

Marcello, dal 36 al 37,

Marullo dal 37 al 41.

dopodiché, alla salita al trono di Claudio, si provò a ritornare alla antica politica di Cesare e a controllare l’indomabile Giudea attraverso la ricostituzione di un regno vassallo, formalmente ebraico, piuttosto che attraverso un controllo diretto, che si era rivelato molto problematico, mentre il modello Erode aveva invece funzionato, una volta trovato l’uomo adatto; ma rinvio questo tema al prossimo post.

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con Pilato siamo ovviamente arrivati al fulcro stesso del problema della storicità delle narrazioni evangeliche, dato che esse collocano l’azione di Jeshuu nel periodo nel quale era lui a governare la Giudea.

però se continuiamo a seguire i resoconti del periodo che traccia Giuseppe Flavio, entriamo in un groviglio di problemi di difficile soluzione.

ma, procedendo con ordine, cominciamo con l’osservare che non presenta nessun problema la sua prima opera, La Guerra Giudaica, pubblicata verso l’80 d.C. e quindi ad un decennio scarso dalla fine della grande rivolta ebraica, durata sette anni.

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La Guerra Giudaica Libro II

[29 d.C.] 169 – 9, 2. Pilato, che Tiberio aveva inviato a governare la Giudea come procuratore, una notte introdusse in Gerusalemme avvolti in una copertura i ritratti dell’imperatore che sono chiamati immagini. 170 Fattosi giorno, la cosa suscitò la più grande eccitazione fra i giudei; infatti a quella vista restarono subito costernati per l’offesa alle loro leggi, dato che essi non ammettono che nella città sia eretta alcuna immagine, e lo sdegno dei cittadini fece accorrere in massa la folla dal contado. 171 Recatisi in tutta fretta da Pilato a Cesarea, lo pregarono di rimuovere le immagini da Gerusalemme e di rispettare le loro tradizioni, e avendo Pilato risposto con un rifiuto, si prosternarono con la faccia a terra intorno alla sua residenza e vi restarono immobili per cinque giorni e cinque notti. 172 – 9, 3. Il giorno dopo Pilato, si assise sul suo tribunale nel grande stadio, ed essendo stata convocata la folla come se volesse dar loro una risposta, fece ai soldati un segnale convenuto perché circondassero i giudei in assetto di combattimento. 173 Rinchiusi da una schiera su tre righe, i giudei rimasero attoniti a quella vista inattesa, e Pilato minacciò che li avrebbe fatti massacrare se non avessero accolte le immagini di Cesare, e fece segno ai soldati di sguainare le spade. 174 I giudei, come se si fossero messi d’accordo, si gettarono tutt’insieme in ginocchio e, protendendo il collo, dichiararono che erano pronti piuttosto a morire che a violare la legge. Pilato restò vivamente impressionato da un così intenso spirito religioso, e comandò di ritirate immediatamente le immagini da Gerusalemme.
175 – 9, 4. Tempo dopo Pilato provocò un altro tumulto impiegando il tesoro sacro, che si chiama korbonàs, per un acquedotto che faceva arrivare l’acqua da una distanza di 400 stadi. La folla ribolliva di sdegno, e una volta che Pilato si trovava in Gerusalemme ne circondò il tribunale con grandi schiamazzi. 176 Quello, che già sapeva della loro intenzione di tumultuare, aveva sparpagliato fra la folla i soldati, armati e vestiti in abiti civili, con l’ordine di non usare le spade, ma di picchiare con bastoni i dimostranti, e a un certo punto diede il segnale. 177 I giudei furono percossi, e molti morirono per i colpi ricevuti, molti calpestati da loro stessi nel fuggi fuggi. Terrorizzata dalla sorte delle vittime, la folla ammutolì.

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come si vede, la narrazione di Giuseppe Flavio in quest’opera continua ad essere frettolosa e poco informata, come abbiamo visto anche nella parte precedente.

però apprendiamo che Pilato aveva la sua sede di governo a Cesarea, sulla costa, e non a Gerusalemme – come del resto conferma indirettamente anche l’iscrizione della quale abbiamo già parlato.

la sua figura peraltro ha poco rilievo, se non fosse per la sua ottusa incapacità di capire la cultura locale e per le provocazioni, contro il divieto mosaico delle immagini; non si comprende peraltro se sono consapevoli oppure dovute a mera ignoranza.

è più facile la seconda ipotesi che la prima, come vedremo meglio fra poco, dato ce, quando sale al trono imperiale Caligola, che intende sviluppare una politica più decisa contro l’integralismo ebraico, Pilato è già stato richiamato in patria da un anno.

dei suoi successori, avvicendatisi rapidamente al suo posto, Giuseppe Flavio non fa neppure i nomi, qui.

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nell’opera successiva, Le Antichità Giudaiche, la narrazione di Giuseppe Flavio si fa molto più ricca di episodi vari e, come visto nel post precedente, sembra che questo sia dovuto principalmente all’accesso agli archivi imperiali.

ma la principale questione che riguarda il tema per il quale stiamo riesaminando le testimonianze di questo storico sulla storia ebraica precedente e contemporanea a Jeshuu, è il cosiddetto Testimonium Flavianum, un passo in cui nomina Gesù.

me ne sono già occupato altre volte, ma qui riaffronterò la questione dall’inizio, come se non l’avessi mai discussa prima.

il passo in questione è questo:

63 – 3. Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio, se pure uno lo può chiamare uomo; poiché egli compì opere sorprendenti, e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. Egli era il Cristo. 64 Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. Nel terzo giorno, apparve loro nuovamente vivo: perché i profeti di Dio avevano profetato queste e innumeri altre cose meravigliose su di lui. E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani.

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prima di entrare nei dettagli, ci si può fermare all’essenziale: è del tutto evidente e pacifico che questo passo non può averlo scritto Giuseppe Flavio; è del tutto inconcepibile che uno storico della corte imperiale verso l’anno 90 d.C. affermasse che Gesù era il messia.

qualche dubbio suscita anche la frase finale dove afferma che fino ad oggi (cioè all’anno 90 circa) sono ancora attivi dei seguaci suoi chiamati cristiani: un intervallo di circa una sessantina d’anni, a stare alle cronologie accettate e dominanti, giustifica una frase simile?

poi l’affermazione che il nome cristiano derivi da Gesù Cristo (cioè unto o messia), come se questo potesse essere il suo nome, è assurda e inverosimile in bocca Giuseppe Flavio, il quale sapeva benissimo che il messianismo o cristianismo precede di gran lunga la venuta al mondo di Jeshuu: il soprannome di Unto o Messia, cioè Christòs, è Jeshuu che lo deriva dai messianisti, che attendevano da decenni qualcuno che impersonasse il ruolo, e non viceversa.

inoltre sappiamo bene che i pii cristiani erano capaci di queste falsificazioni e anche di altre.

del resto Origene, all’inizio del terzo secolo scrive chiaramente che Giuseppe Flavio non credeva che Gesù fosse il messia, cioè il contrario di quello che risulta qui.

chi non è convinto di questi argomenti si risparmi pure tutto il resto che scrivo, qui e altrove.

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resta semmai soltanto da capire se la contraffazione riguarda tutto il passo o soltanto alcune sue parti.

e la risposta è complicata dal fatto che abbiamo diverse testimonianze, anche eterogenee e un poco diverse fra loro, che documentano una versione più breve e non palesemente così incompatibile con la figura e il pensiero del presunto autore ebreo osservante e suddito obbediente dell’impero.

testo arabo di Agapio (vissuto tra il nono e il decimo secolo d.C.):

A quel tempo c’era un uomo saggio chiamato Gesù. E la sua condotta era buona ed era conosciuto come un uomo virtuoso. Molte persone tra gli ebrei e tra le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo ebbe condannato alla croce e alla morte. E coloro i quali divennero i suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Loro ricordarono che Egli apparve a loro tre giorni dopo dalla sua crocifissione ed era vivente; e forse Egli è il Cristo di cui i profeti riportarono i prodigi.

testo siriaco di Michele il Siro (1126-1199):

In quei tempi c’era un uomo saggio chiamato Gesù. Se è corretto per noi chiamarlo uomo. Poiché egli era colui il quale compiva opere gloriose ed era il maestro della verità. Molti tra i Giudei e tra le nazioni divennero suoi discepoli. Si pensava che egli fosse il Messia. Ma non secondo la testimonianza del capo della nazione. Pilato lo condannò alla croce ed egli morì. E coloro i quali lo hanno amato non hanno smesso di amarlo. Apparve a loro dopo tre giorni vivente. Di certo i profeti di Dio parlarono di lui di cose meravigliose. E fino a quel giorno non fu assente il popolo dei Cristiani che fu nominato dopo di lui.

testimoniano di una versione precedente, non ancora cristianizzata ed autentica?

oppure sono, a loro volta, la revisione tarda della versione interpolata precedente, rivista secondo le esigenze della fede islamica? secondo la quale Gesù è un grande profeta, ma non è Dio.

in questo caso, si dovrebbe pensare che l’originale di Giuseppe Flavio fosse pressapoco così:

63 – 3. Allo stesso tempo, circa, visse Gesù, uomo saggio […] e fu maestro di persone che accoglievano con piacere la verità. Egli conquistò molti Giudei e molti Greci. […] 64 Quando Pilato udì che dai principali nostri uomini era accusato, lo condannò alla croce. Coloro che fin da principio lo avevano amato non cessarono di aderire a lui. […] E fino ad oggi non è venuta meno la tribù di coloro che da lui sono detti Cristiani.

che potesse esistere una versione più antica del testo lo suggerisce la strana impostazione della prima frase che prima afferma che Gesù era un uomo saggio e poi dubita ce possa essere definito solamente un uomo.

ma anche se questa versione è effettivamente esistita e si potrebbe pensare che sia la fonte comune delle varie versioni ridotte del Testimonium, è ancora da escludere che possa essere di Giuseppe Flavio, per due motivi, uno più stringente dell’altro:

non si può ammettere che uno storico della corte imperiale accusasse l’impero romano di avere ucciso un innocente in un’opera dal carattere quasi ufficiale,

ma ancora meno si può accettare che scrivesse che lo aveva fatto per istigazione dei principali nostri uomini, cioè accusi proprio quel mondo al quale appartiene sia lui che la sua famiglia sacerdotale, imparentata con la dinastia degli Asmonei.

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si noti anche che Giuseppe Flavio tende in quest’opera a parlare degli Ebrei o Giudei, come li chiama, in terza persona, senza evidenziare di considerarsene parte, per mantenere una posizione di oggettività almeno apparente.

si veda soltanto qui di seguito, subito prima del Testimonium: 58 Quando i Giudei incominciarono…; e subito dopo: Un altro orribile evento gettò lo scompiglio tra i Giudei; oppure, più avanti: 116 – 2. Ma ad alcuni Giudei parve

come mai Giuseppe Flavio passerebbe al noi, proprio nel momento nel quale accusa l’élite ebraica di avere fatto a mettere a morte un innocente?

e poi, se le aggiunte in questa parte delle Antichità Giudaiche rispetto alla Guerra Giudaica sono ricavate prevalentemente dagli archivi imperiali, qui la notizia non proviene da lì, ma deriva semplicemente da una tradizione orale, che di solito Giuseppe Flavio disdegna; e dunque quale motivo così impellente aveva per introdurre in questa sua seconda opera, che aveva maggiori ambizioni di storicità della prima, informazioni non documentate e dalla provenienza incerta?

e come mai era diventato così importante per lui un argomento che dieci anni prima aveva del tutto tralasciato, evidentemente perché lo giudicava inesistente o irrilevante?

e poi, possiamo accettare da un autore così scrupoloso la definizione cronologica dei fatti così generica, come definita dalla formula A quel tempo c’era: quale tempo, allora?

nel testo, si parla, prima, della strage compiuta da Pilato dei manifestanti che protestavano a Gerusalemme contro l’uso di parte del tesoro del tempio per costruire un acquedotto, e subito dopo di uno scandalo dal sapore vagamente boccaccesco che avviene a Roma e coinvolge i sacerdoti del culto di Iside.

è vero che una formula quasi identica è usata subito dopo, ma per introdurre un avvenimento specifico, quello appena ricordato, e non per indicare il periodo di vita e attività di qualcuno.

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quindi la mia risposta definitiva è che l’intero passo è interpolato, ma probabilmente passando attraverso due interpolazioni successive, anche se è difficile individuare chi possa essere l’autore della prima versione:

questa appartiene ad una fase nella quale i cristiani si sentono ancora vicini e parte del mondo ebraico; è infatti pure molto favorevole alla figura di Jeshuu, ma non ne indica il carattere divino, cosa che lo renderebbe totalmente inaccettabile al mondo ebraico, e nello stesso tempo è critica verso l’ebraismo tradizionale, che propone di superare, ma sentendosene ancora parte.

non si sbaglierebbe a porre questa interpolazione prima dell’ultima grande rivolta ebraica di Bar Kobka, nel 135 d.C., che segna la definitiva separazione e contrapposizione tra mondo cristiano ed ebraismo tradizionale.

quanto all’autore della seconda, pochi dubbi sono possibili che sia stato Eusebio di Cesarea nel quarto secolo.

infine la testimonianza di Origene, all’inizio del terzo secolo, che Giuseppe Flavio non riteneva che Jeshuu fosse il Messia, mentre conferma che l’ultima interpolazione avvenne dopo che lui scrisse, si può spiegare o col fatto che avesse davanti già il testo con la prima interpolazione, oppure, e più probabilmente, in un altro modo ancora, che mi riservo di indicare più avanti.

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va aggiunta un’ultima e decisiva considerazione, relativa al periodo nel quale fu scritta la seconda opera storica di Giuseppe Flavio: sono gli anni dell’impero di Domiziano, l’ultimo imperatore della breve dinastia Flavia, figlio di quel Vespasiano che l’aveva fondata costruendo la sua credibilità proprio sulla gestione vittoriosa della guerra giudaica, tanto che ricostruirne la storia era un modo di celebrare l’avvento dell’imperatore e della dinastia.

Vespasiano era morto nel 79 d.C. proprio quasi in coincidenza con la pubblicazione della Guerra Giudaica e Domiziano aveva preso il posto del fratello Tito, morto prematuramente nell’81 d.C..

nella sua politica religiosa, Domiziano cercò di contrastare il culto di Iside, che si stava diffondendo, e cercò di opporgli quello di Minerva.

in quel periodo i cristiani venivano considerati soltanto una particolare setta giudaica, non erano ancora ben distinti dagli osservanti dell’ebraismo, di cui comunque una comunità viveva a Roma, libera di praticare il suo culto e sottoposta soltanto ad una tassazione particolare, il fiscus iudaicus, ed assieme a loro venivano accusati di ateismo, dato che non riconoscevano gli dei tradizionali del paganesimo, ma un unico Dio, astratto e universale.

è vero che le prime condanne a morte per ateismo – e dunque forse anche per sospetto cristianesimo – riguardano proprio la fine dell’impero di Domiziano, il 95 d.C., e precedono soltanto di un anno la sua uccisione in una congiura; tuttavia l’impressione che si ricava è che anche in precedenza il clima politico sotto il suo governo non potesse essere troppo favorevole a coloro che si dichiaravano seguaci di Jeshuu.

conoscendo il generale opportunismo di Giuseppe Flavio e le condanne a morte comminate da Domiziano contro intellettuali e filosofi che lo criticavano, non è facile pensare che lo storico ebreo si fosse messo a difendere la figura di quello Jeshuu per il quale doveva avere anche ben poco simpatia personale, per non dire che certamente non lo vedeva come una figura positiva, se aspirava al trono.

a questo proposito ricordo ancora che Egesippo, vissuto tra il 110 e il 180 d.C., citato da Eusebio di Cesarea, e facciamo conto che la citazione sia vera, dato che non favoriva affatto la divinizzazione della figura di Gesù in atto in quei tempi, scrive:

Dei congiunti del Signore sopravvivevano ancora i due nipoti di Giuda [detto Tommaso o Didimo, cioè il fratello gemello], che era considerato suo parente carnale. Essi furono denunciati come appartenenti alla famiglia di Davide, ed Evocato li condusse davanti a Domiziano Cesare: perché quell’imperatore temeva l’avvento di Cristo, come era capitato a Erode. Egli chiese dunque loro se erano parte della famiglia di Davide; ed essi confessarono di esserlo. Quindi egli chiese loro che proprietà avessero o quanto denaro possedessero. Entrambi risposero che possedevano solo 9mila denari tra tutti e due, ciascuno di essi possedendo metà della somma; ma dissero anche che non li possedevano in liquidi, ma come stima di un terreno che essi possedevano, di 100 plethra [circa 3.500 metri quadrati], per la quale dovevano pagare le tasse, e che mantenevano con il loro lavoro. A questo punto essi sporsero in fuori le loro mani mostrando, come prova del loro lavoro manuale, la ruvidezza della loro pelle, e i calli cresciuti sulle loro mani a causa del loro costante lavoro. Richiesti quindi di parlare di Cristo e del Suo regno, quale fosse la sua natura, e quando e dove sarebbe apparso, essi dissero che esso non era di questo mondo, né della terra, ma appartenente alla sfera del cielo e degli angeli, e che avrebbe fatto la sua comparsa alla fine dei tempi, quando Egli sarebbe tornato in gloria, a giudicare i vivi e i morti, e a rendere a ciascuno secondo il corso della propria vita. A questo punto Domiziano non li condannò, ma li trattò con disprezzo, perché troppo poco degni di considerazione, e li mandò liberi. Contestualmente emise un ordine, e mise fine alle persecuzioni contro la Chiesa. Quando essi furono rilasciati essi divennero capi delle chiese, come era naturale nel caso di coloro che erano al contempo martiri e congiunti del Signore. E, dopo la restituzione della pace alla Chiesa, le loro vite si prolungarono fino al regno di Traiano.

non mi è possibile dare una collocazione cronologica esatta di questo episodio nel regno di Domiziano, e neppure credo che possa essere accolto acriticamente in tutte le sue affermazioni: tuttavia mi pare credibile che:

1. in una fase iniziale del suo regno Domiziano perseguitasse i messianisti o christianoi, nei quali vedeva i continuatori degli animatori della grande rivolta giudaica stroncata da suo padre e da suo fratello una decina di anni prima;

2. effettivamente fece ricercare i parenti di Jeshuu e la sua attenzione si concentrò particolarmente sui discendenti del suo fratello gemello, dato che non c’erano palesemente discendenti diretti di Jeshuu ai suoi tempi;

3. a quel tempo Giuda, il fratello gemello di Jeshuu non era comunque più vivo o comunque presente nel territorio dell’impero romano;

4. vi erano però due suoi nipoti; se Giuda era nato, con Jeshuu, qualche anno prima della morte di Pilato, avrebbe avuto più di ottant’anni all’inizio del regno di Domiziano, e dunque i suoi nipoti potevano avere fra i trenta e i quarant’anni circa, età perfettamente adeguata;

5. Domiziano non li considerò particolarmente pericolosi e li lasciò liberi, interrompendo o diminuendo la portata delle iniziative legali contro i messianisti seguaci di Jeshuu, alla luce del fatto che la loro predicazione aveva assunto un carattere meramente escatologico.

l’opera di Giuseppe Flavio, se fu pubblicata verso il 90 d.C., fu certamente scritta nella prima parte dell’impero di Domiziano, quella caratterizzata dalle persecuzioni dei messianisti.

al massimo si potrebbe pensare ad una aggiunta estemporanea – dell’autore o di altri – dopo che avvenne l’episodio ricordato qui sopra e l’atteggiamento di Domiziano divenne più tollerante, probabilmente già dopo la prima pubblicazione del libro.

allora effettivamente la versione ridotta di questa interpolazione avrebbe potuto esservi inserita, in un momento nel quale dominava la volontà imperiale di guardarli con più indulgenza.

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ed ecco per quale insieme di motivi espungo il Testimonium Flavianum, in qualunque sua forma, dal testo originale delle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio.

solo liberando l’opera da questa interpolazione, possiamo avere a disposizione la testimonianza autentica dello storico attorno all’anno 90 d.C. e capire quale era il quadro culturale del mondo ebraico in quel periodo.

rimane dunque il fatto che neppure in questa seconda opera lo storico Giuseppe Flavio nomina il Gesù della tradizione evangelica.

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ma al Testimonium Flavianum va collegato anche un passo successivo dove si parla di un altro protagonista delle narrazioni evangeliche, in esse definito Giovanni Battista.

siamo qualche anno dopo che Pilato è stato richiamato a Roma, dopo un’ennesima strage della popolazione locale, questa volta di Samaritani, e per le loro proteste.

oramai il governo romano della Giudea è esercitato da Marcello, che Vitellio ha mandato a sostituire Pilato, o addirittura da Marullo, che prese il suo posto soltanto un anno dopo nel 37 d.C.; ma la cronologia dei fatti è confusa e la loro successione disordinata nel racconto di Giuseppe Flavio: è scoppiata una guerra tra Erode Antipa e il re della città di Petra, Areta, perché il primo ne ha ripudiato la figlia, per sposare Erodiade, già moglie di un suo fratellastro, che pure si chiamava Erode; Areta sconfigge Erode in battaglia; e Giuseppe Flavio (o qualcun altro per lui?) commenta:

116 – 2. Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell’esercito di Erode [Antipa] fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato Battista. 117 Erode infatti aveva ucciso quest’uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo; a suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessa­rio se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo, insinuando l’idea che che l’anima fosse già purificata da una condotta corretta. 118 Quando altri si affollavano intorno a lui perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado, Erode [Antipa] si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode [Antipa], perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una solleva­zione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene. 119 A motivo dei sospetti di Erode [Antipa], fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell’esercito di Erode [Antipa] fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode [Antipa].

per valutare questo brano, occorre muovere da una premessa: su quale territorio governava esattamente Erode Antipa?

faccio riferimento alla cartina già pubblicata in un post precedente.

come si vede, la sua tetrarchia – in colore lilla nella cartina – era formata da due parti distinte: la Galilea nel nord-ovest della Palestina, e la Perea, aldilà del Giordano, tra le quali si interponeva la federazione delle città della Dodecapoli; dopo la morte del fratello Erode Filippo II, nel 34 d.C., anche la sua tetrarchia, in arancione nella cartina, era entrata a far parte direttamente della provincia di Siria e dell’impero romano, assieme alla Giudea – verde e grigio nella cartina -, che era stata assorbita già nel 6 d.C..

la collocazione tradizionale del battesimo per immersione nel fiume Giordano a cui chiamava Giovanni – e che ora è stata dichiarata patrimonio dell’umanità UNESCO ed è stata visitata dai due papi che hanno preceduto Bergoglio nella carica, si trova sulla riva sinistra del Giordano, dall’altra parte del fiume, di fronte a Gerico, in un territorio che oggi appartiene alla Giordania,

ma questa collocazione è stata contestata e ne è stata proposta un’altra, a Bethabara, nel nord est della Palestina, nei cui pressi c’è una grotta pure aldilà del fiume, ed è la località indicata come sede dei battesimi di Giovanni in un mosaico dei luoghi santi del VI secolo, a Madaba (ho visto sia il luogo del battesimo che il mosaico nel mio viaggio in Giordania del 2008).

in questo secondo caso, però, Giovanni avrebbe battezzato fuori dal territorio di Erode Antipa, e invece in quello di suo fratellastro Erode Filippo II, che però dall’anno 34 era passato sotto il controllo romano diretto; in ogni caso questo è secondario, dato che comunque Erode Antipa avrebbe potuto catturare Giovanni Battista nel suo territorio.

più complessa è la questione della fortezza di Macheronte, dove Erode Antipa avrebbe fatto imprigionare Giovanni Battista.

questa fortezza (ho visto anche questa in quel viaggio) si trova nel deserto a est del Mar Morto, ma il problema sta nel fatto che Giuseppe Flavio stesso afferma che essa apparteneva allora al regno di Petra e infatti lì si rifugia la figlia del re di Petra, sapendo che Erode Antipa intende ripudiarla: Macheronte, che in quel tempo era soggetto a suo padre, 116.

quindi solo contraddicendosi Giuseppe Flavio potrebbe dire che Giovanni Battista fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte da Erode Antipa, dato che la fortezza apparteneva invece al suocero e nemico Areta re di Petra.

la conclusione è che tutto questo racconto presenta diverse incongruenze e punti oscuri, non sufficienti certamente per negarne l’autenticità, come si è potuto fare per il Testimonium Flavianum, ma sufficienti per lasciare aperte delle incertezze.

. . .

a favore della autenticità depone l’amore di Giuseppe Flavio per le situazioni che mostrano influssi divini oscuri, e noi definiremmo volentieri superstiziosa la sua fede in questo tipo di interventi divini, da cui spesso lui prende formalmente le distanze, ma mai fino in fondo.

favorevole a farci considerare suo questo passo, nella sostanza, è anche il modo in cui viene descritta l’opera di Giovanni, che chiaramente non è affatto un cristiano, ma un esseno, e qui sembra di riascoltare la simpatia, tendenziosa, che Giuseppe Flavio ha mostrato per gli esseni, quando ha parlato di loro.

anche lo stile narrativo sembra suo.

contro l’autenticità va invece decisamente la sottile disquisizione teologica sul significato del battesimo di Giovanni, 117 b: A suo modo di vedere questo rappresentava un preliminare necessa­rio se il battesimo doveva rendere gradito a Dio. Essi non dovevano servirsene per guadagnare il perdono di qualsiasi peccato commesso, ma come di una consacrazione del corpo, insinuando l’idea che che l’anima fosse già purificata da una condotta corretta.

qui la parola chiave che denuncia l’interpolazione cristiana è insinuando, cioè proponendo l’idea sbagliata che…

questa inserzione di una seconda mano mira chiaramente a distinguere il battesimo di Giovanni da quello cristiano e a svalutarlo da questo punto di vista, pur dopo che l’autore nella prima mano ha parlato bene di Giovanni e del suo movimento di rinascita religiosa.

per questo motivo espungo dalla mia redazione del testo questo passaggio, a mio giudizio chiaramente interpolato.

ma penso anche che può essere una interpolazione parziale, avvenuta nello stesso tempo nel quale Eusebio di Cesarea interpolava il già interpolato Testimonium Flavianum, nello stesso spirito e ad opera dello stesso falsario.

quanto alla contraddizione insanabile che colloca l’uccisione di Giovanni Battista ad opera di Erode Antipa nella fortezza di Macheronte, che non gli apparteneva, una sola risposta mi pare possibile: qui Giuseppe Flavio sta raccontando, più di quarant’anni dopo, una tradizione popolare che gli era giunta, e senza verificarla.

questa tradizione attribuisce al 36 d.C. circa l’uccisione di un uomo chiamato Giovanni Battista e ne considera autore Erode Antipa; non è una tradizione cristiana, in quanto si differenzia nettamente dalle motivazioni ulteriormente leggendarie della sua uccisione che si trovano nei vangeli più tardi, nate certamente da una lettura molto ingenua di quest’opera di Giuseppe Flavio.

e del resto, Giovanni il Battezzatore non è affatto una figura cristiana, anche se in seguito i cristiani si sono appropriati di lui trasformandolo in san Giovanni Battista.

i suoi ultimi seguaci, i mandei, che tuttora in numero ridottissimo ne perpetuano la memoria ed il culto nell’Iraq, considerano un traditore diabolico quel Gesù che la tradizione cristiana vorrebbe invece che fosse stato il suo più fedele seguace e continuatore.

. . .

Antichità Giudaiche Libro XVIII

[29 d.C.] 55 – III, I. – Pilato, governatore della Giudea, quando trasse l’esercito da Cesarea e lo mandò ai quartieri d’inverno di Gerusalemme, compì un passo audace in sovversione delle pratiche giudaiche, introducendo in città i busti degli imperatori che erano attaccati agli stendardi militari, poiché la nostra legge vieta di fare immagini. 56 E’ per questa ragione che i precedenti procuratori, quando entravano in città, usavano stendardi che non avevano ornamenti.

NOTA. sulla carica che ricopriva esattamente Pilato qui anche Giuseppe Flavio fa una notevole confusione, a giudicare della traduzione italiana, che parla ora di procuratore, ora di governatore; dovrei riscontrare sul testo greco, che al momento non ho a disposizione. a meno di non pensare che anche l’inizio del capoverso 56 sia a sua volta una interpolazione, visto anche che ripete in altra forma il concetto che segue immediatamente:

Pilato fu il primo a introdurre immagini in Gerusalemme e le pose in alto, facendo ciò senza che il popolo ne avesse conoscenza, avendo compiuto l’ingresso di notte; 57 quando il popolo ne venne a conoscenza una moltitudine si recò a Cesarea e per molti giorni lo supplicò di trasferire le immagini altrove. Ma egli rifiutò, in quanto, così facendo, avrebbe compiuto un oltraggio contro l’imperatore; e seguitando a supplicarlo, nel sesto giorno armò e dispose le truppe in posizione, ed egli stesso andò sulla tribuna. Questa era stata costruita nello stadio per dissimulare la presenza dell’esercito che era in attesa. 58 Quando i Giudei incominciarono a rinnovare la supplica, a un segnale convenuto, li fece accerchiare dai soldati minacciando di punirli subito di morte qualora non ponessero fine al tumulto e ritornassero ai loro posti. 59 Quelli allora si gettarono bocconi, si denudarono il collo e protestarono che avrebbero di buon grado salutato la morte piuttosto che trascurare le ordinanze delle loro leggi. Pilato, stupito dalla forza della loro devozione alle leggi, senza indugio trasferì le immagini da Gerusalemme e le fece riportare a Cesarea.

60 – 2. Egli poi prese dal sacro tesoro il denaro per la costruzione di un acquedotto per condurre l’acqua a Gerusalemme allacciandosi alla sorgente di un corso d’acqua distante di là ben duecento stadi. I Giudei però non aderirono alle operazioni richieste da questo lavoro e, raccoltisi insieme in molte migliaia, con schiamazzi gli intimavano di desistere da questa impresa. Taluni di costoro, urlavano insulti, ingiurie e villanie come suole fare l’adunanza di una folla. 61 Egli allora collocò un buon numero di soldati in abiti giudaici sotto i quali ognuno portava il pugnale, e li inviò a circondare i Giudei con l’ordine che si trattenessero. Quando i Giudei erano in un pieno torrente di villanie, diede ai soldati un segnale convenuto 62 ed essi li colpirono molto più di quanto ordinato da Pilato, colpendo ugualmente sia i tumultuanti sia i non tumultuanti; ma i Giudei non calmarono la loro fierezza, e così, colti disarmati com’erano, da uomini preparati all’attacco, molti rimasero ammazzati sul posto, mentre altri si salvarono con la fuga. Così terminò la sommossa.

[qui venne inserito in seguito il cosiddetto Testimonium Flavianum]

65 – 4. Nello stesso periodo un altro orribile evento gettò lo scompiglio tra i Giudei e contemporaneamente avvennero azioni di natura scandalosa in connessione al tempio di Iside in Roma. Prima farò parola dell’eccesso dei seguaci di Iside, tornerò poi in seguito alle cose avvenute ai Giudei.

[segue il racconto delle trame con le quali un cavaliere romano, Decio Mundo, riesce a congiungersi con Paolina, una incorruttibile matrona, dedita al culto di Iside, facendosi passare per il dio Anubi con la complicità dei sacerdoti del tempio della dea a Roma e della dura punizione inflitta da Tiberio ai colpevoli].

Ora ritorno a narrare la storia che ho promesso di raccontare su ciò che accadde ai Giudei in Roma.

81 – 5. C’era un Giudeo, un vero fuggitivo, allontanatosi dal proprio paese perché accusato di trasgredire certe leggi, e per tale motivo temeva una punizione. Proprio in questo periodo costui risiedeva a Roma e svolgeva il ruolo di interprete della legge mosaica e della sua saggezza. 82 Costui arruolò tre mascalzoni suoi pari; e allorché Fulvia, una matrona d’alto rango, diventata una proselita giudea, incominciò a incontrarsi regolarmente con loro, la incitarono a inviare porpora e oro al tempio di Gerusalemme. Essi, però, prendevano i doni e se ne servivano per le proprie spese personali, poiché fin dall’inizio questa era la loro intenzione nel chiedere doni. 83 Saturnino, sollecitato dalla moglie Fulvia, riferì tutto a Tiberio, suo amico; per tale motivo egli ordinò a tutta la comunità giudaica di abbandonare Roma. 84 I consoli redassero un elenco di 4mila di questi Giudei per il servizio militare e li inviarono nell’isola di Sardegna; ma ne penalizzarono molti di più, che per timore di infrangere la legge giudaica, rifiutavano il servizio militare. E così per la malvagità di quattro persone, i Giudei furono espulsi dalla città.

[anno 36 d.C.] 85 – IV, I. – Anche la nazione samaritana non andò esente da simili travagli. Li mosse un uomo bugiardo, che in tutti i suoi disegni imbrogliava la plebe, e la radunò indirizzandola ad andare in massa sul Monte Garizin, che per la loro fede è la montagna più sacra. Li assicurò che all’arrivo avrebbe mostrato loro il sacro vasellame, sepolto là dove l’aveva deposto Mosé. 86 Essi, dunque, credendolo verosimile, presero le armi e, fermatisi a una certa distanza, in una località detta Tirathana, mentre congetturavano di scalare la montagna in gran numero, acclamavano i nuovi arrivati. 87 Ma prima che potessero salire li prevenne Pilato occupando, prima di loro, la cima con un distaccamento di cavalleria e di soldati con armi pesanti; affrontò quella gente e in una breve mischia, in parte li uccise e altri li mise in fuga. Molti li prese schiavi, tra questi Pilato mise a morte i capi più autorevoli e coloro che erano stati i più influenti dei fuggitivi. 88 – 2. Dopo questo scompiglio, il senato dei Samaritani si recò da Vitellio, ex console e governatore della Siria, e al suo tribunale accusò Pilato di avere fatto una strage tra loro. Poiché dicevano che non come ribelli contro Roma si erano radunati a Tirathana, ma per sottrarsi alla persecuzione di Pilato.

[36 d.C.] 89 Vitellio allora mandò Marcello, suo amico, ad amministrare la Giudea e ordinò a Pilato di fare ritorno a Roma per rendere conto all’imperatore delle accuse fattegli dai Samaritani. Così Pilato, dopo avere passato 10 anni nella Giudea, si affrettò a Roma obbedendo agli ordini di Vitellio, dato che non poteva rifiutassi. Ma prima che giungesse a Roma, Tiberio se n’era andato. 90 – 3. Intanto Vitellio giunse in Giudea e salì a Gerusalemme dove i Giudei stavano celebrando la loro festa tradizionale chiamata Pasqua. Accolto con sommi onori, Vitellio rilasciò in perpetuo agli abitanti della città tutte le tasse sulla vendita di prodotti agricoli, e acconsentì che l’abito del sommo pontefice, e con esso tutti i suoi arredi, fossero custoditi dai sacerdoti nel tempio, come era già stato un privilegio anche prima. 91 Allora gli abiti erano custoditi nell’Antonia, il nome di una fortezza, per le seguenti ragioni. Uno dei sacerdoti, Ircano, il primo con questo nome, costruì un’ampia casa vicino al tempio e quivi viveva la maggior parte del tempo. Come custode delle vesti, poiché solo a lui era concesso di indossarle, le custodiva là e, allorché discendeva in città, indossava i suoi abiti ordinari. 92 Anche i suoi figli e nipoti seguirono la stessa prassi. Erode, quando diventò re fece magnifici restauri a questo edificio, perché posto in luogo opportuno e lo chiamò Antonia per l’amicizia che aveva verso Antonio; egli ritenne qui le vesti, così come le aveva trovate, pensando che per questa ragione il popolo non avrebbe mai più fatto una insurrezione contro di lui. 93 Lo stesso fece il successore di Erode, suo figlio Archelao. Dopo che i Romani presero il governo, trattennero il controllo delle vesti del sommo sacerdote e le custodivano in un edificio di pietra, col sigillo dei sacerdoti e dei custodi del tesoro, ove il guardiano giorno dopo giorno accendeva la lampada. 94 Sette giorni prima di ogni festività, le vesti venivano consegnate ai sacerdoti dal guardiano: compiuta da essi la purificazione, il sommo sacerdote le indossava. Dopo il primo giorno della festività, le riportava all’edificio nel quale erano riposte prima. Questa era la procedura seguita tre volte all’anno per le tre festività e per il giorno del digiuno. 95 Vitellio fu guidato dalla nostra legge in merito alle vesti e diede istruzioni al custode di non preoccuparsi né dove fossero da riporsi né quando si dovevano usare. Dopo avere concesso questi benefici alla nazione rimosse dal suo sacro ufficio il sommo sacerdote Giuseppe, soprannominato Caifa, e designò al suo posto Gionata, figlio del sommo sacerdote Anano. Poi prese la via del ritorno ad Antiochia.

[anno 35 d.C. ?] 96 – 4. Ora Tiberio inviò una lettera a Vitellio invitandolo a stringere amicizia con Artabano re dei Parti; perché Artabano, che gli era ostile e aveva distaccato l’Armenia, gli infondeva la paura che sarebbe stato causa di altre sommosse. Ma istruì Vitellio di porre fede in un trattato d’amicizia soltanto a condizione che gli consegnasse gli ostaggi, in particolare il figlio di Artabano. 97 Scrivendo questa lettera a Vitellio, Tiberio offriva grandi somme di denaro ai re degli Iberi e degli Albani per indurli a muovere guerra senza difficoltà contro Artabano. Da parte loro, tuttavia, questi re si mantennero contrari a lui, ma diedero agli Alani il libero transito per le loro terre aprendo loro le porte del Caspio per muovere contro Artabano. 98 Così l’Armenia fu nuovamente tolta ai Parti e nel loro paese si estese la guerra, morì il fiore della nobiltà, e tutte le loro cose si rovesciarono; il figlio del re cadde ucciso con molte migliaia della sua gente. 99 Vitellio mandò del denaro ai parenti e amici del vecchio Artabano, e gli avrebbe pressoché tolta la vita con i regali, se Artabano non avesse capito che la trama sarebbe inevitabilmente riuscita, ordita com’era da molti grandi personaggi dell’alta società. 100 Egli avvertì anche che quanti sinceramente l’avevano sostenuto, già corrotti nell’animo, gli fingevano ingannevole benevolenza, e alla prima prova alla quale li avesse messi, si sarebbero aggiunti al numero dei ribelli. Egli dunque per salvarsi la vita fuggì in una delle satrapie superiori. In seguito radunò un esercito numeroso di Dai e Saci e con una azione militare contro i suoi avversari, assicurò il suo trono. 101 – 5. A queste notizie, Tiberio iniziò i passi per stringere amicizia con Artabano. Quando fu presentata l’offerta, i Parti furono lieti di discutere l’argomento; egli e Vitellio si incontrarono sull’Eu­frate. Si gettò un ponte sul fiume e Artabano e Vitellio si incontrarono in mezzo al ponte, ognuno con la sua guardia del corpo. 102 Giunti al termine degli accordi, il tetrarca Erode [Antipa] diede una festa sotto una tenda da lui innalzata in mezzo al ponte con grande spesa. 103 E Artabano inviò suo figlio Dario a Tiberio come ostaggio, e con lui molti doni; tra questi un uomo alto sette cubiti, giudeo di stirpe, di nome Eleazaro, il quale per l’enorme sua statura era detto il Gigante. Sistemati questi affari Vitellio partì per Antiochia, e Artabano per Babilonia. 104 Ma Erode [Antipa], desiderando essere il primo a comunicare all’imperatore la notizia che gli ostaggi erano stati ricevuti, scrisse una relazione precisa e completa e spedì corrieri con lettere che lo informassero esatta­mente e al governatore non lasciò più nulla di nuovo da comunicare all’imperatore. 105 Sicché, quando poi gli giunse il dispaccio di Vitellio, l’imperatore l’informò che conosceva già i fatti avendone avuto notizia da Erode; Vitellio ne restò furioso e accolse l’offesa come più grande di quanto fosse in realtà; ma trattenne il suo sdegno fin a tanto che non se ne fosse vendicato. E ciò avvenne allorché Gaio fu imperatore dei Romani.

[34 d.C.] 106 – 6. Ora fu in questo tempo che morì Filippo, fratello di Erode, nel ventesimo anno di Tiberio, dopo avere governato per 37 anni la Traconitide, la Gaulanitide e la tribù detta dei Batanei. Nel governo si dimostrò moderato, amante della mode­stia e della pace. 107 In verità egli passò tutto il tempo nel territorio a lui soggetto. Quando si muoveva lo faceva con poche e scelte persone. Il trono sul quale sedeva quando giudicava lo accompagnava ovunque andasse; così, se lo incontrava uno bisognoso della sua assistenza, subito, senza alcun indugio, veniva eretto il trono, ovunque si trovasse. Si sedeva e dava udienza: accordava castighi a chi li meritava, e rilasciava quanti erano ingiustamente accusati. 108 Morì in Giudea. Il suo corpo fu portato nella tomba che egli si era preparata; ebbe sontuosissimi funerali. Tiberio annesse il suo territorio alla provincia di Siria; ordinò tuttavia che i tributi raccolti nella tetrarchia quivi si ritenessero.

[anno 37 d.C.] 109 – V, I. – Intanto ebbe luogo una lite tra Areta re di Petra ed Erode [Antipa]; cercherò di raccontarne l’origine. Il tetrarca Erode [Antipa] aveva sposato la figlia di Areta [re di Petra] e già da molto tempo viveva con lei. Nel viaggio che fece a Roma, albergò presso Erode suo fratello, nato da una madre diversa, cioè [Mariamne] la figlia di Simone sommo sacerdote. 110 Il tetrarca [Erode Antipa] si invaghì di Erodiade, moglie di suo fratello: lei era figlia del loro fratello Aristobulo e sorella di Agrippa il Grande, e osò parlarle di matrimonio; lei accettò, e convennero che tornando da Roma sarebbe passata da lui; tra queste convenzioni v’era pure quella che egli licenziasse la figlia di Areta. 111 Concluso l’accordo, egli navigò verso Roma. Compiuti gli affari che aveva a Roma, la moglie di lui, informata minutamente dei patti tra lui ed Erodiade, senza che lui fosse a conoscenza che a lei era già noto tutto, chiese di andare a Macheronte, posto ai confini tra gli stati di Erode e di Areta, senza svelarne il motivo. 112 Erode [Antipa], persuaso che ella nulla sapesse, acconsentì. Tempo prima lei aveva disposto ogni cosa e inviato messi a Macheronte, che in quel tempo era soggetto a suo padre, sicché allestito tutto l’occorrente per il viaggio di lei dal governatore, lei era pronta a partire per l’Arabia e, non appena arrivò, passò da un governatore all’altro che provvedevano al trasporto. Così giunse presto da suo padre e gli disse quello che Erode progettava di fare. 113 Areta partì di qui per una querela. C’era anche una lite a proposito del distretto di Gabala, e da una parte e dall’altra vi era stata la rassegna dei soldati, ed ora erano in guerra, ma essi mandavano altri come comandasti invece di andare essi stessi. 114 Nella battaglia che ne seguì, l’esercito di Erode era distrutto quando alcuni fuorusciti venuti dalla tetrarchia di Filippo si unirono all’esercito di Erode e tradirono. 115 Erode inviò un resoconto di questi eventi a Tiberio, il quale, sdegnato dall’arro­ganza di Areta, ingiunse a Vitellio di marciare contro di lui, inviarglielo in catene, qualora lo catturasse vivo, e, se morto, mandargli la testa. Queste furono le istruzioni che Tiberio inviò al governatore della Siria.

[116 – 2. Ma ad alcuni Giudei parve che la rovina dell’esercito di Erode [Antipa] fosse una vendetta divina, e di certo una vendetta giusta per la maniera con cui si era comportato verso Giovanni soprannominato il Battezzatore. 117 Erode infatti aveva ucciso quest’uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo. [… – non trascrivo quella che mi pare una interpolazione cristiana; vedi sopra] 118 Quando altri via via si affollavano intorno a lui, perché con i suoi sermoni erano giunti al più alto grado, Erode [Antipa] si allarmò. Una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode [Antipa], perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una solleva­zione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene. 119 A motivo dei sospetti di Erode [Antipa], fu portato in catene nel Macheronte, la fortezza che abbiamo menzionato precedentemente, e quivi fu messo a morte. Ma il verdetto dei Giudei fu che la rovina dell’esercito di Erode [Antipa] fu una vendetta di Giovanni, nel senso che Dio giudicò bene infliggere un tale rovescio a Erode [Antipa].]

120 – 3. Vitellio si preparò presto alla guerra contro Areta con due legioni di fanteria pesante e di fanteria leggera e cavalleria, annessa a loro come ausiliare; procedendo dai regni che erano sotto il giogo dei Romani, marciò in direzione di Petra e occupò Tolemaide. 121 Quando incominciò a condurre l’esercito attraverso le terre della Giudea; i Giudei notabili andarono a incontrarlo per pregarlo di non attraversare la loro terra, essendo contrario alla loro tradizione permettere che immagini, e ce n’erano molte sui loro stendardi, attraversassero il loro suolo. 122 Accogliendo la loro supplica, egli abbandonò il suo piano originale e ordinò all’eser­cito di marciare lungo la Grande Pianura, mentre lui con Erode [Antipa] tetrarca e i suoi amici salì a Gerusalemme a offrire sacrifici a Dio durante la festa tradizionale che i Giudei stavano celebrando. 123 Al suo arrivo, fu salutato con speciale calore dalla moltitudine giudaica. Restò qui tre giorni durante i quali depose il sommo pontefice Gionata dal suo ufficio e pose al suo posto Teofilo, fratello di Gionata. 124 Nel quarto gli fu recapitata la lettera che gli annunziava la morte di Tiberio, ed egli condusse il popolo a giurare obbedienza a Gaio. Richiamò poi l’esercito, ordinando che ognuno rientrasse al proprio quartiere d’inverno poiché non era più autorizzato, come prima, a fare guerra all’estero ora che il comando era passato nelle mani di Gaio. 125 Si disse pure che Areta consultando il volo degli uccelli, quando giunse la notizia della spedizione di Vitellio, dichiarò che il suo esercito per nessun motivo sarebbe entrato a Petra: uno dei capi sarebbe morto o quello che aveva ordinato la guerra o quello che si era impegnato di eseguire la sua decisione attaccando l’uomo contro il quale era stato radunato l’esercito. Vitellio dunque si ritirò ad Antiochia.

. . .

segue una accuratissima descrizione della ascesa politica di Agrippa, nipote di Erode il Grande, ma, anche se riferita agli ultimi anni di questo periodo, mi sembra più logico esaminarla a parte nel prossimo post, che sarà tutto dedicato a lui.

. . .

mi rendo ben conto quanto discutibile potrà sembrare l’impostazione della mia ricerca ai filologi puri, che sono abituati a calarsi analiticamente dentro i testi, sviscerandone i più minuti aspetti.

un esempio, avvincente in questo genere, di analisi del Testimonium Flavianum lo si trova, ad esempio, qui: https://journals.openedition.org/mythos/311?lang=it.

ma com’è che quanto più sprofondano nel testo, tanto più si allontanano dalla prospettiva di una interpretazione globale plausibile?

è che molti filologi puri ignorano le conquiste della linguistica del Novecento e in particolare l’osservazione che il significato di un testo è dato anche dal contesto.

rivendico appunto di cercare di capire i testi alla luce del loro contesto e che, con questo metodo, il significato dei testi diventa molto più chiaro.

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