una storia di topi. cronache dalla fattoria 48 – 492

Qual è la tecnologia senza la quale staresti meglio, perché?

la frase qui sopra è entrata nel post per conto suo, non so chi ce l’abbia messa, e risulta anche non cancellabile.

è una prova evidente di come la tecnologia informatica ci sta completamente schiavizzando, e questo è un ottimo pretesto per pensare intensamente come abbandonare anche il blog con qualche eleganza, visto che di fatto anche i pochi lettori che avevo lo stanno mollando quasi tutti.

la tentazione di sospendere il blog è forte, ma resisterò ancora per un poco.

cari smunti residui lettori di questo blog che si avvia alla conclusione, non intendo certo abbandonarvi alla 47sima puntata delle mie cronache della fattoria; una puntata 48 occorre, per motivi almeno estetici, poi vedremo se sarà davvero l’ultima.

. . .

non che la fattoria non abbia dato parecchio da fare in questi ultimi giorni: si è rifatto vivo l’impresario che deve finire di sistemarmi il cortile e ci abbiamo dato dentro assai, il muratore che mi ha mandato, Ramòn, ed io.

in questi casi infatti io recupero pienamente il mio spirito faustiano e l’amore per il lavoro che crea, e mi ci butto, facendo il piccolo, spingendo carriole e tirando rastrelli, correndo in ferramenta o in altre aziende a procurare pezzi e attrezzi che mancano, e nello stesso tempo facendo il direttore dei lavori, per così dire, cioè dando fondo a tutti i miei costosi capricci creativi del momento.

il Ramon andava e veniva, al lavoro, sia per le inevitabili assenze nei giorni di pioggia, sia perché impegnato in altri lavori più urgenti in quelli di sole pieno, per cui a mia disposizione restavano soltanto le giornate climaticamente incerte, con lavori sospesi se arrivava la pioggia.

abbiamo invece resistito ad un paio di giornate di freddo, a parte la mezza sinusite che mi sono preso a girare a capo veramente scoperto (dopo avere perso il 90% dei miei capelli con gli anni) e perfino senza giaccone.

la mia presenza non deve essergli stata di grande aiuto, perché ad un certo punto ha deciso di ricorrere all’aiuto di Mamadù, un negraccione del Togo che faceva il piccolo al mio posto, ma non si poteva certo chiamarlo così, dato che era un armadio di due metri – e le dimensioni sembravano la sua unica virtù.

ah, scusate per il negraccione, ma io vengo da un tempo in cui la parola negro non aveva affatto un valore razzista e non riesco a disabituarmi e a dire un lavoratore diversamente colorato.

Mamadù piuttosto è un uomo certamente di gran cuore, perché ospita a casa sua, oltre a moglie e tre figli, un italiano sessantenne che vive della pensione sociale, Meloni ancora permettendo, al momento, e ha sondato discretamente la possibilità di sbolognarlo a me, che quasi ci cascavo, vittima di un impulso compassionevole non ben calibrato…

comunque si pigli nota, perché questo è il primo caso che sento di un immigrato che aiuta un italiano più povero di lui…

. . .

ma tutto questo si presta poco ad ulteriori svolazzi narrativi per un amante dei racconti favolosi o almeno spiritosi, come sono io, che scrivo solo perché non posso chiacchierare, e dunque non sono affatto uno scrittore.

piuttosto vorrei parlare dei topolini, non so se due o tre, che hanno invaso la mia cucina soggiorno e della mia lotta per sterminarli.

chissà come hanno fatto ad entrarci in casa; uno si è fatto sorprendere da mia nuora dentro il sacchetto del pane, nella stanza usata da mio figlio, ed è poi riuscito a scappare nel giardino; non escludo che fosse poi rientrato da me e abbia deciso di fermarsi a casa mia, sia per la compagnia dell’altro che l’abitava già, sia perché il mio disordine rende molto più ricco il bottino delle provviste accessibili.

bene, ora si tratta di liberarsene.

. . .

escluso nel modo più assoluto l’uso di veleni e fallito il tentativo sia di farmi prestare per qualche giorno un gatto adulto, sia di attirare in casa con le crocchette il gatto rosso non domestico che gira comunque attorno e nelle cantine di casa mia, non mi è rimasto che ricorrere alle trappole.

ne ho comperate tre, molto piccole e semplici, alla ferramenta e il venditore mi ha messo in guardia: farle bollire prima dell’uso e poi maneggiarle solo con guanti di plastica, come un vero killer, che non deve lasciare impronte, questa volta odorose, perché ai topi basta sgamare l’odore della belva umana per mettersi in guardia.

io però il primo tentativo l’ho fatto alla buona.

i due topini, anche simpatici a modo loro, si erano fatti scoprire più volte nel mobile dispensa, al piano basso.

ma lì dentro metto le mani tutti i giorni per tirare fuori la pasta, le tavolette di cioccolata, i biscotti; tutto doveva essere ben pieno dell’odore delle mie mani; come avrebbero potuto distinguerlo sulla trappolina?

così ho pensato, poi la crosta della formagella è stata infilata come esca al posto giusto; e adesso si trattava soltanto di montare la trappola, caricando la molla.

be’, mi vergogno a dirlo, ma non riuscivo a capire il meccanismo; per fortuna è intervenuto un amico di passaggio, più intuitivo di me, e me l’ha caricata lui.

la trappola l’ho fatta scattare subito sul mio dito, ferendomi leggermente, ma al terzo tentativo, eccola sistemata proprio dietro lo sportello della dispensa, lasciato appositamente socchiuso.

. . .

per entrare da lì il topo doveva proprio passare sulla trappola, perfino se l’odore mio fosse stato più forte di quello del formaggio, e c’era da dubitarne perché era stagionato (anche se pure io lo sono, okkey).

ma il topo sarebbe passato di là? aveva una sua strada segreta e rimasta sempre sconosciuta per entrare comunque, perfino se tutto era rigorosamente sigillato.

comunque l’agguato la sera era stato predisposto, la luce spenta, e la mattina, al risveglio, ecco il topino morto sotto lo scatto della tagliola, preso di striscio, perché certamente aveva cercato di scappare, ma ucciso comunque sul colpo e spero senza soffrire.

gli occhietti lucidi sembravano ancora perfino vivi, tanto che ho perfino pensato che fingesse.

l’ho messo fuori in giardino, dopo averlo fotografato (ma la foto non la pubblico), e al pomeriggio qualche gatto se l’era già portato via, lasciano la trappolina vuota.

. . .

speravo che il compagno si fosse reso conto del pericolo e si levasse di torno spontaneamente; gli ho lasciato la porta verso il giardino socchiusa per un po’, perché emigrasse lontano.

ma lui, al contrario, era diventato più sfacciato: compariva ogni tanto in lunghe corse sul pavimento, per infilarsi sotto il frigo, oppure venire perfino a nascondersi nelle pieghe del divano dove stavo seduto io ad una estremità.

faceva perfino compagnia, ma era diventato proprio un incubo: perfino se una mosca si alzava, di lato, con la coda dell’occhio vedevo un topolino al suo posto.

ho preparato di nuovo la trappola e questa volta l’ho lasciata all’aperto, intendo sopra il mobile, dato che lo avevo visto perfino che correva sopra il tavolo e dio solo sa come aveva fatto ad arrivarci.

ma questo era più furbo, sembra: ha rubato due volte il formaggio senza fare scattare la molla.

. . .

sono allora tornato alla tecnica collaudata, ho infilato la crosta della formagella proprio per bene all’interno del solito mobile, risistemando il tutto proprio all’ingresso del comparto della dispensa.

poi mi sono messo a leggere La guardia bianca di Bulgakov; dev’essere la quarta volta che lo inizio e poi lo abbandono sempre, perché è scritto TROPPO bene, in uno stile così originale, che mi ci perdo dentro ogni volta.

questa lettura è un atto di muta protesta anti-Zelensky, perché l’ucraino ed anti-comunista Bulgakov era comunque troppo russo come scrittore per non finire all’indice delle dittatorello di Kiev, lui che era sopravvissuto perfino a Stalin.

comunque la mia muta e solitaria testimonianza democratica è durata mezzora, poi ho mollato ancora una volta e ho deciso di salire nella camera, che mi fa anche da studio, per dedicarmi ad altro; solo, un ultimo sguardo alla dispensa per vedere se tutto era a posto.

ma il secondo topino era già lì, schiacciato dalla molla, ed io non avevo neppure sentito il rumore dello scatto, immerso nelle storie della Kiev anti-russa di un secolo fa.

. . .

era inutile fotografarlo, la sua morte era solo una banale bis della prima, tranne forse dal suo punto di vista, e anche lui è finito in giardino.

solo che il gatto questa volta si è portato via anche la trappola.

ora me ne restano due, e con queste passerò alla lotta contro i topi della taverna.

voglio proprio diventare un killer professionale, come uno dei protagonisti del brutto romanzo giapponese, che ho appena finito di leggere: La vendetta del professor Suzuki, solo che lì ce ne sono almeno tre, di killer: il Balena, il Cicala e lo Spingitore, più uno che aspira a diventarlo, il Suzuki, appunto, ma neppure ci riesce.

intanto vedremo se questa puntata delle mie storielle di fattoria, così prive di suspense e forse anche di morale, sarà l’ultima come tutto potrebbe far pensare.

solo che, di nuovo, chiudere parlando di topi, che caduta di tono…

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4 commenti

  1. Nelle fattorie ci sono anche i topolini, perché non parlarne ? ✌️
    I topi vivono ovunque , in campagna , in città , in montagna , al mare ,nei deserti …Nelle nostre case .
    A volte creano problemi importanti …
    Aggiungo un link per partecipare

    http://www.portaledisinfestazione.org/storie-di-topi-in-tempo-di-covid/

    Indubbiamente sono terra terra , ma è sulla Terra che vivo .
    I topolini dispiace un po’ ammazzarli…
    Però il modo in cui racconti è divertente , ne approfitto per ridere .
    E noi ,animali di altra specie , non conosciamo un’alternativa
    😉

    Piace a 1 persona

    • mi sovviene un altro topo…

      2179
      IL TOPO

      Il topo, meno di niente, nasce,
      esce dal buco e guarda fuori.

      Cosa vede?

      Vede cibo e cerca la strada per averlo.
      Alla fine del suo tempo muore.

      Fa esattamente quel che facciamo noi,
      arzigogolando molto però.

      Piace a 1 persona

      • infatti il nostro problema è il cervello, che consuma parecchio dal punto di vista energetico, circa dieci volte tanto rispetto al resto del corpo.
        si potrebbe dire che il bilancio ecologico del pensiero umano è in netta perdita: costa moltissimo, è onnivoro, ed è anche di qualità scadente.
        porta a distruggere necessariamente l’equilibrio ambientale, con una fame di energia esagerata, e restituisce in cambio arzigogoli, efficaci soltanto a farci segare sempre meglio e più in fretta il ramo della natura che ci sostiene.

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