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  • la televisione come strumento di controllo delle nascite e il jogging come antidoto. – reblog 2013

    non c’è nessun rapporto tra il post originale, del 2013, che ri-pubblico qui di seguito, e il Festival di Sanremo; però c’è un rapporto preciso con quella carnevalata e la sua ri-pubblicazione oggi.

    se la televisione risulta il contraccettivo più efficace e gradito dalle masse, come raccontavo dieci anni fa, il crollo delle nascite in Italia non sarà per caso dovuto anche alla cospicua tele-dipendenza da una televisione tossica e semi-pornografica?

    e in questo caso quale è il contributo specifico di Sanremo alla decrescita della popolazione? ammesso che questo sia poi un male, anche se certamente è un problema.

    ma dai, smettiamo di parlarne male, snob e fighetti di sinistra, visto che la resistenza al post-fascismo parte da Sanremo.

    e lodiamo invece questa specie di condom elettronico che fa passare a chi lo guarda la voglia di fare l’amore.

    (ma chi lo guarda, poi? con tanti sondaggi che girano ogni giorno, possibile che nessuno ce lo dica?)

    Cor-pus

    7 febbraio 2013 giovedì 13:52

    .

    Qualche anno fa cominciarono a uscire anche sulla stampa non specializzata i risultati di alcune osservazioni sociologiche tra la diffusione delle televisione e la diminuzione del tasso di natalità.

    Precise analisi condotte in poverissimi villaggi africani oppure indiani dove la televisione era stata introdotta recentemente avevano evidenziato una diminuzione parallela dei concepimenti.

    L’interpretazione del fenomeno appariva piuttosto semplice, perfino banale e coincideva e contrario con quanto avvenuto in occasione di un celebre black out a New York durato una notte intera: in quel caso le nascite dopo nove mesi dopo avevano registrato un improvviso e isolato aumento non spiegabile in altro modo: in mancanza di alternative, le coppie si erano dedicate con entusiasmo al divertimento più antico concesso alla specie umana (e non solo); poi magari la difficoltà di reperire i condom al buio ci aveva messo del suo.

    Comunque, ecco che lì era…

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  • l’Italia è una repubblica democratica? – 49

    ma certo, l’Italia è una repubblica democratica fondata sul Festival di Sanremo (oltre che sul campionato di calcio).

    quest’anno la cosa diventa anche ufficiale, visto che il presidente della repubblica va ad assistervi, come al concerto della Scala…

    sembra si sia sia commosso perché l’anno scorso gli hanno dedicato la canzone Grande, grande, grande.

    mamma mia, spero che non sia vera almeno la motivazione: altrimenti che uomo piccolo piccolo piccolo.

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    e faranno celebrare la Costituzione da quello stesso Benigni che voleva stravolgerla, sostenendo Renzi al referendum.

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    semplicemente perfetto, come far parlare della tragedia ucraina il suo responsabile diretto.

    trasformando una guerra atroce in uno spettacolo e in una canzonetta.

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    festa, sotto forma di festival, dell’ipocrisia canora e del conformismo più ottuso.

    e anche molto democratico e molto di sinistra, questo festival, perché oramai quel che distingue la sinistra è la celebrazione delle varianti sessuali, che a Sanremo diventano ufficialmente moda.

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    nel paese dello stivale, o meglio, del festivale, ogni menzogna vale.

    festival di un paese dove si dimentica tutto molto volentieri, tranne il nome di chi ha vinto il festival, almeno fino all’anno dopo…

    festival dello stivale o dei miei stivali?

  • il miracolo della sinagoga, a Padova. 1a parte – autobiografismi post covid 6 – 48

    a questa gita tematica alla Padova ebraica, organizzata dal comune di Muscoline, mi ero iscritto qualche giorno fa, passando in quel paese appena alle spalle del Garda e di Salò in una uscita semi-turistica, dato che non lo conoscevo, e trovando per caso un manifesto che la pubblicizzava, nel piazzale di fronte e chiesa e municipio.

    piccolo comune, con meno di 3mila abitanti, chiesona solenne e abbastanza comune, salvo che per un piccolo gioiellino scultoreo nascosto, un Cristo deposto velato da fare concorrenza a Napoli.

    la visita mi ha interessato subito; ho preso contatto con l’ufficio comunale, accolto con gentilezza e cordialità, e mi sono preparato a partire, qualche giorno dopo.

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    subentrano però, tre giorni della partenza dei terribili dolori generalizzati alle ossa, o meglio alle articolazioni: mi faceva male perfino piegare le dita, ma soprattutto la schiena; l’età mia è quella che è, e da bravo malato immaginario o ipocondriaco, comincio a pensare freddamente all’artrite reumatoide di mia madre e dei suoi fratelli, al dolore al braccio di mio padre, sintomo della malattia che lo, portò alla morte abbastanza giovane, alla cugina sulla sedia a rotelle per il mal di schiena, e via fantasticando nel mio registro cupo.

    in realtà tutto è cominciato dopo la sera gelidissima trascorsa all’aperto per macellare il maialino; ne ho ampiamente parlato nell’ultimo post di questo diario post-covid:

    una giornata senza blog. autobiografismi post covid 5 – 40

    ma forse non avevo insistito abbastanza sul gran gelo in cui avevo passato le ore, abbastanza indifferente perché finora non mi era mai capitato che mi lasciasse conseguenze più lunghe dopo essermi rapidamente riscaldato tornando in casa.

    sta di fatto che muovermi era diventato una pena, salire le scale potevo solo aggrappandomi qua e là e aiutandomi con le braccia, tra dolori acuti: insomma il ritratto del vecchio malconcio.

    nel breve procedere dei giorni vedo qualche piccolo miglioramento, ma troppo lento e la mattina di ieri, al momento di partire, sono perfino in dubbio di restare a casa; del resto avrei la bella compagnia di figlio e nipoti.

    comunque, come avvisare, a questo punto?

    ho solo il riferimento del comune, chiaramente deserto alle sei di mattina della domenica, e magari mi faccio aspettare: che esordio, che presentazione, la prima volta!

    quindi mi decido, e parto, confidando.

    . . .

    ma già solo salire sul pullman, quando arriva, mi costringe di nuovo a tirarmi su, in pratica, con le braccia, per non gravare sulle anche che urlano di dolore.

    bella storia, penso fra me, intanto che corriamo verso Padova nelle prime luci dell’alba: e se mi toccherà restarmene seduto da qualche parte, a un certo punto? e intanto pisolo un po’.

    scendere dal bus non è un problema, per fortuna; non saprei spiegare perché, ma i dolori sono insopportabili soltanto in salita e quindi, zoppicando un poco, riesco comunque a fare in modo che nessuno si accorga del problema che ho.

    seguo il gruppo, fotografo anche.

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    Padova è una città meravigliosa, che soffre del confronto con Venezia, ma gareggia in bellezza ingiustamente trascurata con le migliori città italiane; e questo aiuta un poco.

    le foto fatte col cellulare sarebbe bello, ma lento, pubblicarle tutte qui e consumerebbero molta capienza del blog; preferisco montare rapidamente una sequenza su Youtube e linkarvela, se avete pazienza di ritornare sul blog.

    a Padova le piazze si aprono a sorpresa una dietro l’altra, a cominciare dal Prato della Valle, dove ha parcheggiato il pullman, via via a quelle gemelle delle Erbe e della Frutta, attorno al Palazzo della Ragione, sui due lati, e poi a quella dei Signori, e ognuna è una bellezza.

    passiamo anche davanti all’Università e spedisco una foto a casa alla figlia che ci ha studiato.

    i dolori non smettono; ogni tanto, se facciamo una sosta (poche), cerco un paracarro su cui appoggiarmi un poco.

    . . .

    ma eccoci oramai arrivati al vecchio ghetto ebraico.

    una volta era chiuso e cintato con porte che venivano chiuse la sera, per il coprifuoco imposto ai giudei; e sentirò anche la storia di uno che si trovò a non rispettarlo, e venne ammazzato.

    fu Napoleone a decidere che questa recinzione venisse abbattuta e ad imporre una migliore tolleranza della minoranza ebraica.

    l’idea del ghetto era nata a Venezia nel 1516, anche a seguito di una ondata di immigrazione di ebrei ashkenaziti dall’Europa centrale (il loro nome deriva direttamente da quello della Germania, in ebraico): fu costruito in un’area destinata a discarica, chiamata el gèt, il luogo dove si getta; ma questi germanofoni facevano fatica a pronunciare la parola come si deve, e la tedeschizzavano in ghét, da cui il ghetto, diventato poi concetto universale.

    e qualche anno dopo realizzato anche a Padova: reclusione, ma anche difesa di un gruppo accolto con ostilità.

    la comunità ebraica di Padova, tuttavia, nella zona a lei riservata, costruiva le sue case, che diventavano altissime, rispetto al resto della città, per mancanza di spazio, così da determinare un sovraffollamento che rendeva terribilmente letali le pandemie periodiche; in quella attorno al 1630 ne morì.

    e c’erano due sinagoghe.

    . . .

    vistiamo la prima, ora inserita in un museo della cultura ebraica, conservatasi nella sua struttura architettonica seicentesca, un pochino classicheggiante, tanto da apparire poco diversa in una specie di suo tabernacolo da qualche solenne altare cattolico, se non fosse per le scritte.

    qui ci sediamo ad ascoltare la signora quasi anziana che illustra i riti e le convenzioni, i veri e propri tabù che caratterizzano la sua religione.

    alcuni sono già noti, ma fanno un effetto diverso, ascoltati dalla bocca di una fervente credente: il rispetto del sabato, il culto sacrale della torah come oggetto fisico, del resto trasferito in forme molto simili alla venerazione islamica del Corano, le particolarità del matrimonio, come contratto economico, e la posizione della donna, apparentemente subordinata, ma in realtà potente più del marito.

    non a caso solo gli uomini, qui, sono tenuti a coprirsi la testa, in segno di umiltà; le donne non sono tenute a portare il velo, visto che la loro posizione è per definizione modesta.

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    qualche informazione marginale che sfugge quasi alla guida arricchisce di prospettive e di ipotesi i miei studi sulle origini del cristianesimo; faccio anche qualche domanda, da cui ottengo risposte vaghe, e in un caso u deciso non so.

    ma quando lei dice che nella tradizione ebraica i rav, i maestri, devono essere sposati e avere figli, e che mio maestro si dice rabbi, e questa era la denominazione ufficiale dei dottori della legge in Palestina, come non ricordarsi che in questo modo, appunto, viene definito il Gesù dei vangeli?

    ma alla mia domanda risponde che a volte viene usato anche come titolo onorifico generico, e quindi l’indizio che credevo di avere trovato, sfuma un poco.

    però ditemi voi come si può pensare ad un messia ebraico che non sia sposato, se la torah dice “non è bene che l’uomo sia solo” (Genesi 2,18) e il precetto quasi più importante della religione ebraica è Siate fecondi e moltiplicatevi, e il matrimonio, che è la santificazione della vita per eccellenza, serve principalmente ad adempiervi.

    e quando la signora parla del divorzio ebraico e io le chiedo se di fatto viene a coincidere col ripudio, perché solo all’uomo è consentito di rompere il matrimonio, è qui che la imbarazzo; ma il contratto di matrimonio prevede esplicitamente questa eventualità e la regolamenta fin dall’inizio.

    e resta da capire come dall’ebraismo che lo ammetteva, sia derivato il cristianesimo che lo proibisce…

    . . .

    ma tutto questo è abbastanza secondario rispetto a quel che verifico nel momento i cui finiscono le spiegazioni, di cui ho dato soltanto un pallido resoconto, ed io mi alzo.

    perché i dolori sono praticamente scomparsi, ridotti ad un vago sentore, e da questo momento in poi posso camminare spedito come al mio solito senza nessun tipo di difficoltà.

    miracolo ebraico nella sinagoga?

    un’amica di blog ha fatto un’ipotesi più bella e anche più convincente, rispondendo a questo mio commento: “racconterò il mio, domani”, che nel frattempo è diventato un ieri, “a breve nel blog principale: partito con un senso di sfida ai dolori lancinanti alla schiena, e quasi pentito di averlo fatto, poi una sosta nella sinagoga di Padova ha compiuto il miracolo di farli quasi sparire e il resto della giornata è stato molto piacevole”.

    È successo quello che speravo, la mia sensazione è che parte dei tuoi dolori sono somatizzazioni. Il tuo cervello ha bisogno di stimoli diversi e il tuo corpo ha bisogno di essere in movimento. Chissà se ci sento bene…

    – credo anche io che la spiegazione di questo mio attacco di dolori che per qualche giorno mi ha reso penoso ogni movimento, anche piccolo, sia in parte dovuta al freddo umido, in parte psicosomatica: ma i due fattori convergono nell’indicarne la causa nell’uccisione del maialino, alla quale in effetti è seguito immediatamente…

    la mia terapia sta nel movimento, ma non mi basta il movimento operoso nell’orto, ci voleva anche il movimento psico-fisico verso mondi nuovi.

    sì, per me il viaggiare è una terapia esistenziale.

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    qui, come avete appena letto, io parlo di questa visita alla sinagoga di Padova come di un vero e proprio viaggio verso mondi nuovi.

    ed è davvero così: l’ebraismo è stato l’esotico di un mondo completamente diverso dal nostro, ma incastonato in esso, e chiuso e rifiutato, ma per me curioso e affascinante, proprio per la sua diversità.

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    ma questo post è già diventato così lungo ed illeggibile che penso che sia meglio che io rinvii il racconto del secondo e vero miracolo della sinagoga ad una seconda parte, da pubblicare domani, assieme al video, forse.

    a presto a chi avrà la forza di resistere anche a una seconda puntata, eh?

  • i terremotati del Rojava – 47

    posso confermare che le grandi catastrofi del pianeta colpiscono al cuore molto di più quando prima sei stato nei luoghi colpiti e li vedi in seguito distrutti.

    vale per me non soltanto per lo tsunami nello Sri Lanka, ma anche per il terremoto di oggi nella parte orientale della Turchia meridionale e nella Siria settentrionale.

    sono fra l’altro prevalentemente le terre dei curdi, un popolo oppresso di cui condivido la lotta.

    . . .

    nei miei due viaggi in quella regione (2003 e 2004) non sono mai stato nell’epicentro del sisma vero e proprio, ma sento che sono state gravemente colpite alcune località della Siria (Homs, Hama, Aleppo) e della Turchia meridionale (Adana, l’antica Antiochia).

    questi luoghi ancora mi accompagnano nella memoria dopo il viaggio del 2003, fatto senza fotocamera, peraltro, CARTOLINA DA DAMASCO.

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    terre martoriate ora dalla natura, come lo sono state e lo sono in parte ancora, dagli uomini, ancora più che dalla natura.

    per quanto atroce e sanguinosa sia la disgrazia di oggi, quelle provocate dagli uomini da oltre un decennio sono state di gran lunga peggiori.

    fatto che spegne ogni volta di commentare l’oggi, se non per dire che si spererebbe che questo servisse almeno a porre fine alla più grande tragedia delle guerre che hanno devastato quei paesi, rispettando il diritto di ogni popolo di determinare il proprio destino nelle forme che ritiene più adatte a sé.

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    caccia ai curdi (in Germania). 29 ottobre 2007

    [i curdi negati:] riconvocate il Congresso di Vienna! 1 marzo 2008

    Free Syria – Siria Libera! – Brescia, 10 marzo 2012. 11 marzo 2012 – Youtube – Siria libera! 11 marzo 2012

    la minaccia alla Siria di Erdogan, il lupo di Turchia. 27 giugno 2012

    e a seguire i vari post che si possono leggere qui: https://bortocal.wordpress.com/?s=siria&submit=Cerca

    Un pomeriggio di fuoco a Stuttgart 20 settembre 2015 – curdi in presa diretta 11 ottobre 2015

    Turchia, Siria, Francia, e i moderni signori della guerra 12 ottobre 2015

    poi anche questi: https://corpus15.wordpress.com/?s=Siria

    e questi: https://corpus15.wordpress.com/?s=curdi

    un’altra guerra: quella contro i curdi, ma sotto censura 20 aprile 2022

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    è solo una sintesi essenziale, ho tralasciato i numerosissimi post che hanno commentato la guerra con l’ISIS, non ancora completamente conclusa, del resto.

    tutto per questo soltanto per ricordare i massacri che per un decennio almeno si sono svolti in quella regione, e da ultimo in particolare contro il Rojava, l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est, costituitasi di fatto dal 2012 nelle terre liberate dall’ISIS ad opera dei curdi, e da allora attaccata sia dalla Turchia che dalla Siria.

    hanno scandito il nostro immaginario dolorante, prima che venissero il covid e la guerra in Ucraina a distogliere il nostro sguardo da una ferita peraltro ancora aperta.

    e immaginare che cosa sia stato questo per chi quel decennio e oltre di massacri l’ha vissuto e non soltanto ascoltato da lontano, ed ora viene colpito da un terremoto, che sarà probabilmente sfruttato a sua volta per sottomettere e massacrare meglio.

  • l’informarsi inutile – borforismi 10

    la sensazione che sia inutile informarsi mi prende spesso, adesso.

    non so se dipende dall’età, o forse è perché non riusciamo più a modificare il corso degli eventi; o forse ancora perché le due cose non sono separate come sembrano.

    cioè, stiamo diventando una società troppo vecchia e anche molti giovani lo sono già un poco.

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    questo in qualche modo dimostra che informarsi serve a poco, se lo si fa da soli o quasi.

    l’informazione funziona come contropotere solo quando è collettiva e condivisa.

  • il conflitto tra due libertà: i diritti individuali sono sempre compatibili con quelli sociali? – come ricostruire una sinistra in Italia? 5 – 46

    come conciliare gli interessi individuali con gli interessi collettivi?

    il post precedente di questa mini-serie si chiudeva con questa domanda.

    ha ricevuto una risposta interessante: Secondo me la soluzione è semplice: notare che i diritti civili sono inscindibili dai diritti sociali.

    ora la userò per procedere con la riflessione verso mete che per me stesso non sono pre-costituite.

    come in una conversazione dialettica socratica, che usa il blog come strumento, anziché le strade di Atene di duemilacinquecento anni fa o quasi.

    . . .

    vedi, caro amico, il tuo nome significa Dio è forte, nell’ebraico da cui deriva e la tua risposta è coerente col tuo nome.

    infatti in pratica equivale a negare che ci sia un problema.

    tu mi stai dicendo: è del tutto ovvio che gli interessi individuali e quelli collettivi si possono conciliare fra loro: basta sommarli.

    come non essere d’accordo con una soluzione così ovvia? almeno per noi tutti che siamo cresciuti in una civiltà cristiana, che ci insegna che il mondo è guidato da un Dio buono.

    io stesso ho risposto a caldo: mi pare di condividerlo completamente, e potrebbe apparire l’uovo di Colombo.

    ma è davvero cosi?

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    ma mi ero riservato un prossimo sviluppo delle mie riflessioni sul tema, osservando comunque che, se manca la lotta collettiva contro le ingiustizie sociali, la lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni che colpiscono gruppi particolari – in se stessa giusta – diventa inevitabilmente una difesa dei diritti dei più ricchi in quei gruppi.

    ma, ora che affronto meglio la questione, mi trovo davanti ad una osservazione sconcertante anche per me:

    no, la contraddizione è ancora più profonda.

    pensare a priori che diritti individuali e diritti collettivi siano pacificamente conciliabili fra loro assomiglia molto non solo alla fede cristiana in un dio buono, ma anche alla fede capitalistica (che ne deriva) che la somma degli interessi individuali corrisponda all’interesse collettivo, anzi ne è soltanto una variante locale ed aggiornata.

    eh no, che non è così.

    il rapporto tra gli interessi individuali e quelli collettivi è conflittuale in se stesso.

    . . .

    da un certo punto di vista è facile osservare che gli interessi individuali, almeno alcuni, sono in contrasto con gli interessi collettivi. a

    d esempio, l’interesse individuale del capitalista o imprenditore ad aumentare il suo guadagno è in conflitto con l’interesse collettivo di una società bene ordinata che non dovrebbe accettare che la sua ricchezza superi determinati livelli oltre i quali diventa fonte di arbitrio e di oppressione per chi subisce gli effetti dello smisurato potere che essa comporta.

    naturalmente c’è chi nega che questo rappresenti un problema, e questa è del resto l’ideologia dominante.

    così ammettiamo facilmente come cosa del tutto logica ed ovvia che un mezzo squilibrato come Musk possa lanciare nello spazio, come se fosse suo, automobili elettriche di sua produzione, per farsi pubblicità: basta che abbia i mezzi per farlo.

    ma non è difficile capire che il diritto individuale di Musk a fare quello che vuole con i suoi soldi viola il diritto collettivo ad avere sopra la testa uno spazio libero da automobili vaganti in modo incontrollato.

    e via dicendo…

    per fare un altro esempio per me più vicino e coinvolgente, il diritto individuale di viaggiare in mondi lontani confligge col diritto collettivo che siano evitate le emissioni di gas serra, e via dicendo, appunto…

    viviamo in un mondo in cui questa contraddizione è negata, ma il primo passo per liberarsi dal pensiero dominante e dalla visione apologetica del capitalismo e della religione del PIL è di recuperare il senso tradizionale del conflitto tra libertà individuale e collettiva, tra la libertà del singolo e quella di tutti gli altri.

    . . .

    tutti abbiamo il diritto di essere liberi, no?

    ma necessariamente la mia libertà personale incontra un punto dove comincia quella di un altro che ne verrebbe violata.

    e in questi casi la decisione su quale sia la libertà prevalente viene affidata ai rapporti di forza sociali tra i due individui e le loro contrapposte libertà.

    ma la libertà personale di un singolo dovrebbe necessariamente essere sospesa dove viene a scontrarsi con la libertà di molti altri singoli, in particolare se questa assume la forma di un interesse collettivo.

    tuttavia l’analisi realistica della situazione dimostra che anche in questi casi la soluzione del conflitto è affidata ai rapporti sociali di forza.

    infatti possono esistere singoli così potenti, prima di tutto economicamente, da riuscire a fare prevalere la loro libertà di uomini più forti sulla somma di migliaia di piccoli uomini deboli, in particolare se questi non riescono a coalizzarsi fra loro.

    chi non percepisce questo conflitto tra libertà personale e libertà collettiva è totalmente interno alla logica capitalistica…

    . . .

    ma sento una tua obiezione possibile, caro amico:

    che c’entra tutto questo? tu mi stai chiedendo polemicamente.

    non stiamo mica parlando di diritti economici, ma di diritti civili.

    – ok, in altri termini mi stai dicendo che esistono diritti individuali buoni che non entrano in conflitto con quelli collettivi.

    ma quali sono?

    . . .

    aveva giusto sottomano un esempio, che non ci è venuto in mente:

    pensa che stavamo appunto parlando del diritto indiscutibile di chiunque, anche del mafioso e dello stragista, ad avere in carcere un trattamento umano, volto alla sua rieducazione, come afferma la Costituzione, e il diritto collettivo che però lui non usi questo diritto individuale per organizzare delitti contro la collettività.

    proprio qui stanno le radici del conflitto tra le due libertà.

    quale diritto prevale? o almeno dovrebbe prevalere?

    credo che anche tu concorderesti che il secondo prevale.

    infatti non ho notato proteste collettive contro le limitazioni della socialità in carcere di mafiosi pericolosi e le vedo sorgere solo a favore di qualcuno che sostiene idee che vengono considerate simili alle proprie.

    io però ritengo che chi peraltro difende in questo caso l’illimitata libertà e i diritti incondizionati del singolo non sia in niente diverso da chi difende il diritto del capitalista o dell’uomo di potere di sfruttare, violentare e perfino uccidere chiunque per i suoi scopi e per la sua libertà d’azione.

    lo considero succube, quasi sempre inconsapevole, dei valori e della visione della vita che in Occidente i potenti hanno saputo imporre alle nostre menti,

    . . .

    ma allora, ce ne sono almeno altri, che non abbiano implicazioni politiche o sociali dirette, dove si possono facilmente conciliare pubblico e privato?

    tu stesso nei hai già fatto un esempio nel tuo commento al post precedente.

    ma questo post è sicuramente già troppo lungo e quindi rinvio la discussione del punto al prossimo.

    . . . . . . . . .

    ecco i post precedenti di questa serie:

    la destra peggiore. come ricostruire una sinistra in Italia? 1 – 546

    lodi dell’Italia presente, mio malgrado. come ricostruire una sinistra in Italia? 2 – 14

    liberarsi di Marx, ma non del marxismo, non del tutto. – come ricostruire una sinistra in Italia? 3 – 17

    difesa dei diritti individuali e/o di quelli sociali? – come ricostruire una sinistra in Italia? 4 – 42

  • slides. – borforismi [reblog 2013]

    Cor-pus

    3 febbraio 2013 domenica 10:21
    ,
    il viaggiare ci fa sentire limitati, perché ogni viaggio è una sliding door che ci proietta in un altro mondo possibile…
     
    vivere tra dimensioni diverse le fa sentire tutte provvisorie.
    .
    ogni viaggio è come una lunga seduta di meditazione.

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  • la prossima fine dell’Italia – 45

    che cosa si prova a vivere in un paese in uno stato di sfacelo autodistruttivo, rendendosene conto?

    gli studi classici della giovinezza portano a interrogare continuamente gli scritti sopravvissuti dallo sfacelo della civiltà antica, ma non ne viene altro che il vago conforto delle sofferenze condivise.

    l’intera civiltà occidentale è a rischio e questo significa anche che forse stiamo assistendo al crollo della civiltà tecnologica mondiale costruita negli ultimi due secoli, che seguirà necessariamente a ruota.

    ma con la prospettiva più inquietante della rapida scomparsa della specie umana dalla Terra, oppure del suo ritorno a condizioni di vita precarie e primordiali.

    così l’Italia sembra l’avanguardia di un processo che, dopo di noi, sta progressivamente investendo il pianeta.

    . . .

    nasce, per noi, dal combinato disposto di crisi climatica e demografica.

    sulla prima, lasciando da parte ogni possibile disquisizione sulle cause, non ci sono dubbi che stiamo assistendo ad un rapido innalzamento delle temperature accompagnato da una siccità crescente ed oramai devastante.

    per il pubblico beota che pensa che la carne, il latte, la pasta nascano nei supermercati non è un problema, ma non è una fantasia da scrittori di fantascienza distopica la prospettiva di arrivare a breve a nutrirci di cibo sintetico, prodotto artificialmente in fabbriche-laboratorio, dato diventerà troppo raro e costosissimo il cibo naturale della nostra storia, prodotto nei campi bagnati dalla pioggia ed irrigati.

    diventerà una merce d’élite, riservata ad uno strato ristretto di ricchi.

    ma la quantità di investimenti necessari per questa rapida trasformazione sarà poi gestibile?

    e comunque questo non risparmierà l’invivibilità progressiva dei luoghi dove viviamo oggi.

    abbiamo chiuso gli occhi sugli effetti del riscaldamento globale in paesi climaticamente più esposti del nostro, come il Medio Oriente; ma ora toccherà noi vivere l’esperienza della distruzione di ogni agricoltura possibile e della trasformazione in una massa di profughi.

    così non ci rendiamo conto quanto sia vitale sia per l’Occidente sia per la Cina la battaglia per la distruzione della Russia e la conquista della Siberia, che potrebbe essere tra vent’anni l’unica zona coltivabile del pianeta.

    prima del collasso finale previsto per fine secolo, quando nel Mediterraneo ci saranno le temperature del centro del Sahara di vent’anni fa.

    vent’anni fa, appunto, feci il mio ultimo viaggio in Tunisia, tra dicembre e gennaio, e avevo trovato la neve nei paesi dell’interno, attorno ai 600 metri di altezza; il che significa che il clima era un poco più freddo di quello che verifico oggi su altitudini simili, ai confini settentrionali della Val Padana.

    non è poi così difficile immaginare che cosa succederà, e che il processo continui, probabilmente accelerando, anche nei prossimi vent’anni.

    e poi il riscaldamento globale si auto-alimenta, non esiste una bacchetta magica per fermarlo: nessuno osa guardare oltre.

    . . .

    in questo quadro si colloca il crollo demografico dell’Italia.

    nel paesino in cui vivo la scuola primaria raccoglie poco più di una ventina di bambini in due pluriclassi; ho partecipato ad un recente incontro con i loro nonni, più o meno coetanei miei, e ai loro tempi, quando i comuni in zona erano ancora due, le due scuole elementari avevano ciascuna 5 classi distinte con almeno 25 bambini ciascuna; siamo dunque passati, nell’arco di due generazioni, da 250 bambini circa a 25.

    ma che futuro può avere un paese di 900 abitanti, prevalentemente anziani, dove nascono 25 bambini in cinque anni?

    e dove non c’è quasi immigrazione, ma piuttosto emigrazione?

    nessuno.

    e questo non è un caso isolato, ma simboleggia bene la situazione del nostro paese.

    . . .

    per sopravvivere, in condizioni simili, una società dovrebbe augurarsi che vi sia una potente immigrazione e costruire una strategia di integrazione culturale e linguistica dei nuovi arrivati.

    è quello che sta facendo la Germania, pure se lì la crisi demografica non è ancora così potente: ad esempio, con la Merkel che in un anno e mezzo ha accolto un milione e mezzo di profughi siriani qualificati.

    noi invece consideriamo una iattura da combattere l’unica possibile salvezza e cerchiamo di tenere lontana l’immigrazione, condannandoci al suicidio collettivo.

    gli idioti megafoni politici e mediatici, che parlano continuamente di aumento del PIL, come fatto vitale per la sopravvivenza economica, saprebbero spiegarci come può aumentare il PIL in un paese dove la popolazione ha cominciato a diminuire al ritmo di un milione in meno ogni due o tre anni, e da dove, oltretutto, i giovani scappano appena possono?

    . . .

    bene, e allora torno alla domanda iniziale: che effetto fa vivere in un paese che tra un paio di generazioni potrebbe non esistere più di fatto, sia perché spopolato, sia perché travolto da temperature insostenibili?

    scrivere in una lingua che sarà presto una lingua morta?

    cercare di lasciare ai propri discendenti quel tanto che ci sembra di avere capito della vita, ora che volge al termine?

    vale la pena di pensare al futuro, se un futuro non ci sarà?

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    certo, forse qualcosa si salverà lo stesso della civiltà umana e anche di quella occidentale, come nei secoli bui di mille e cinquecento anni fa, ma non sappiamo dire né come né dove; forse trasmigreremo virtualmente in cyborg capaci di vivere anche quando la temperatura supera i 60 gradi.

    forse vivremo, o meglio vivranno, in capsule climatizzate, grazie alla scoperta di qualche infinita fonte di energia, continuamente annunciata come prossima.

    . . .

    tuttavia, anche negli scenari meno pessimisti, difficilmente tra cinquant’anni esisterà ancora una cultura che si chiamerà Italia.

    e allora, è inutile lanciare allarmi e preoccuparsi del nostro crollo demografico suicida, invocare dai nostri politici che la smettano di cercare di farci litigare sulle cazzate e che cerchino invece di definire una strategia di sopravvivenza, in fretta, perché non c’è più tempo.

    ma no! il suicidio dell’Italia è benefico, provvidenziale, razionalissimo; non se ne preoccupi il New York Times.

    stiamo togliendo il disturbo a poco a poco, in punta di piedi, senza sofferenza alcuna, nel più saggio dei modi.

    siamo o non siamo il popolo più furbo e intelligente del mondo?

    . . .

    è l’alba di una mattina invernale, attorno ai giorni della merla, i più freddi dell’anno, una volta, e il meteo annunciava possibili nevicate nel weekend.

    apro la finestra della mia camera su un cielo ferocemente limpido e rosato, con sparse vaghe nuvolette baciate dal sole che sorge e qualche residua traccia di neve sui monti più alti in fondo al paesaggio.

    è la nostra alba, dove la bella giornata, come l’avremmo definita un tempo nel quale sarebbe stata eccezionale, è invece l’ultima per oggi di una lunga serie: livida e ostile e la bellezza del cielo è una minaccia di morte.

    non chiedeteci allora di immaginare che sopravviveremo nel futuro almeno come voci: non ci sarà nessuno a capirci, nessuno forse neppure ad ascoltarci.

    e allora che grottesco spettacolo tutto questo affannarsi feroce per conquistare la ricchezza di un futuro che non ci sarà, le guerre combattute e minacciate, le gloria puerilmente cercata, il successo a lungo termine.

    il termine è qui dietro l’angolo, non vale la pena, credetemi.

  • gli ultimi sette video su Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 10-11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare [bortoround 376-382] – 44

    gli ultimi sette video su Mamallapuram, Tamil Nadu, India, visitata dal 9 all’11 agosto 2005, mostrano i suoi monumenti più notevoli, che le hanno conferito lo status di Patrimonio Culturale dell’Umanità UNESCO, alcuni momenti di socializzazione con gente del posto, e da ultimo un video di circa un’ora col riepilogo globale dell’esperienza fatta lì e del mio primo contatto con l’India.

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    i Cinque Ratha, o carri sacri. Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 374 29 gennaio 2023

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    attorno al tempio Shore. Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 375 30 gennaio 2023

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    una spiaggia vicino al tempio Shore. Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 376 31 gennaio 2023

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    a cavallo sulla spiaggia vicino al tempio Shore. Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 377 1 febbraio 2023

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    la famiglia dell’uomo che affittava il cavallo. Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 378 2 febbraio 2023

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    addio a Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 379 3 febbraio 2023

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    ritratto molto vintage di Mamallapuram, Tamil Nadu, India. 10-11 agosto 2005 – quando si poteva viaggiare – 380 4 febbraio 2023

  • in ripresa il numero dei morti da covid in Italia. 28 gennaio – 3 febbraio 2023 – 43

    non riesco proprio ad abbandonarla, questa rubrica:

    la settimana scorsa c’era stato un crollo di quasi un terzo del numero dei morti da covid in Italia negli ultimi 7 giorni rispetto ai sette giorni precedenti: 345 e una media giornaliera di 49,9 al giorno,

    e quindi avevo annunciato che se oggi fossimo arrivati ai 302 ai morti in 7 giorni che si registravano il 25 settembre, quello sarebbe stato l’ultimo post della lunghissima serie iniziata venti mesi fa.

    invece siamo di fronte ad una piccola ripresa (potrebbero esserci anche stati errori nel calcolo dei dati, venerdì scorso): oggi il Ministero comunica 439 morti, 94 in più, con una media giornaliera salita a 62,7.

    e quindi rieccomi qui, a raccontare una pandemia niente affatto finita, anche se oramai ritenuta inesistente, visto che mediaticamente non appare.

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    ma per dirne qualcosa di più, passo ad esaminare i dati degli altri paesi occidentali:

    USA: la media giornaliera degli ultimi 7 giorni dei morti covid cala molto, da 565 a 375: in proporzione ora, quasi, con l’Italia.

    Regno Unito: la media giornaliera degli ultimi 7 giorni era di 144 il 27 gennaio, quindi la peggiore; ma oggi non sono pervenuti ancora i dati aggiornati.

    Francia: media giornaliera degli ultimi 7 giorni ancora in lieve miglioramento: da 49 a 43; dati migliori dei nostri, e ancora di più in proporzione.

    Germania: media giornaliera degli ultimi 7 giorni in calo: da 104 della settimana scorsa a 100; valori quasi allineati con i nostri, in proporzione.

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    in conclusione: in Occidente si registra una situazione ancora variegata, e in genere in miglioramento.

    unica eccezione l’Italia, la situazione italiana sembra diventata la peggiore o quasi; ma si tratta poi di lievi oscillazioni statistiche, che non hanno un grande significato.

    sembra evidente che le nuove varianti aggirano in parte i vaccini, sono in grado di incidere ancora sulla mortalità, ben più delle comuni influenze, ma non sono neppure in grado di provocare ondate di mortalità fuori controllo, anche se rimangono insidiose.

    insomma, ci stiamo abituando a convivere col covid, dato che questo uccide con misura e soprattutto anziani.